Salute e benessere

L’importanza del pavimento pelvico dopo l’intervento alla prostata

Gerolamo Tonini, urologo di Fondazione Poliambulanza: «La riabilitazione aiuta l’uomo a recuperare continenza e qualità di vita»
Daniela Affinita
Esercizi per il pavimento pelvico
Esercizi per il pavimento pelvico

Quando si parla di tumore della prostata e di prostatectomia radicale, l’attenzione è naturalmente rivolta alla cura della malattia. Ma dopo l’intervento diventa fondamentale anche un altro aspetto: il recupero delle funzioni dell’uomo, in questo percorso un ruolo sempre più importante è svolto dalla riabilitazione del pavimento pelvico, una struttura spesso poco conosciuta ma essenziale per la continenza urinaria, la funzione sessuale e il controllo intestinale. Ne abbiamo parlato con il dottor Gerolamo Tonini, urologo di Fondazione Poliambulanza, ospite della trasmissione Obiettivo Salute.

Il dottor Gerolamo Tonini
Il dottor Gerolamo Tonini

Dottor Tonini, partiamo dalle basi: che cos’è il pavimento pelvico nell’uomo?

«Il pavimento pelvico è un insieme di muscoli che si estende dall’osso del pube fino al coccige, è una struttura fondamentale perché sostiene organi importanti come la vescica e il retto e svolge un ruolo essenziale nel controllo della continenza urinaria, della funzione intestinale e anche della sessualità. Possiamo immaginarlo come un’amaca composta da diversi fasci muscolari, attraversata nella parte centrale da alcuni passaggi attraverso cui transitano l’uretra e il canale anale. Il corretto funzionamento di questi muscoli permette un equilibrio fondamentale tra funzione urinaria, sessuale e defecatoria».

Perché il pavimento pelvico diventa così importante dopo un intervento di prostatectomia radicale?

«La prostatectomia radicale è un intervento molto efficace per il trattamento del tumore della prostata, oggi disponiamo di tecniche estremamente avanzate, in particolare la chirurgia robotica, che permettono una grande precisione. Tuttavia, anche con le tecniche più moderne, durante l’intervento i tessuti e le strutture nervose vicine all’uretra possono subire inevitabili trazioni o stress. Questo può determinare un danno temporaneo dei nervi, definito neuroprassia, cioè una lesione di modesta entità che può influire sulla ripresa della continenza urinaria».

L’incontinenza urinaria dopo l’intervento è quindi una conseguenza frequente?

«Può verificarsi, soprattutto nei primi mesi dopo l’intervento, non significa che sia una condizione definitiva, ma richiede un percorso di recupero. Il pavimento pelvico deve essere rieducato perché il paziente possa recuperare forza, resistenza e soprattutto coordinazione muscolare. Non si tratta semplicemente di “fare esercizi”, ma di imparare nuovamente a controllare questi muscoli attraverso una connessione consapevole tra cervello e corpo».

Quando si deve iniziare il percorso riabilitativo?

«Il percorso ideale prevede una fase già prima dell’intervento, la riabilitazione preoperatoria è molto importante perché permette al paziente di conoscere il proprio pavimento pelvico e imparare gli esercizi che dovrà eseguire successivamente. Generalmente si può iniziare circa venti giorni prima dell’intervento, il vantaggio è che il paziente, prima dell’operazione, riesce più facilmente a comprendere e controllare la muscolatura che dovrà poi allenare».

Cosa comprende la riabilitazione dopo l’intervento?

«Il percorso comprende diverse fasi, una parte fondamentale è l’educazione alla corretta gestione della minzione. Spesso utilizziamo strumenti come il diario minzionale, nel quale il paziente annota i liquidi assunti, le minzioni effettuate e le eventuali perdite di urina. Questo permette di avere una valutazione precisa della situazione e di impostare un trattamento personalizzato».

In cosa consistono gli esercizi del pavimento pelvico?

«La chinesiterapia consiste nel rinforzo della muscolatura perineale, soprattutto quella anteriore che circonda l’uretra, cioè quella realmente coinvolta nel controllo della continenza urinaria. Non bisogna concentrarsi sul muscolo anale, perché non è quello che blocca il flusso dell’urina. Gli esercizi vengono progressivamente adattati in base ai miglioramenti ottenuti e possono arrivare anche all’utilizzo del biofeedback, una tecnica che permette al paziente di visualizzare e controllare meglio la contrazione muscolare».

Esistono anche altre tecniche riabilitative?

«In alcuni casi possiamo utilizzare la stimolazione elettrica funzionale, che ha l’obiettivo di migliorare la consapevolezza del pavimento pelvico e favorire il controllo muscolare. Una tecnica più recente è la stimolazione del nervo tibiale posteriore, utilizzata soprattutto nei casi di incontinenza associata a urgenza minzionale. La riabilitazione può affiancare anche eventuali terapie farmacologiche e rappresenta uno strumento importante per accelerare il recupero».

La riabilitazione è uguale per tutti i pazienti?

«No, deve essere sempre personalizzata, la scelta del percorso dipende dall’età, dalle condizioni generali del paziente e dalla presenza di eventuali patologie come diabete, ipertensione, obesità o altre condizioni che possono influenzare il recupero. È fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga urologo, fisiatra, neurologo e internista».

Qual è il messaggio finale per gli uomini che affrontano un intervento alla prostata?

«L’intervento per il tumore della prostata oggi ha raggiunto livelli di precisione molto elevati, ma la cura non finisce con la rimozione della malattia. Recuperare le funzioni e la qualità di vita è parte integrante del percorso. Il pavimento pelvico è un alleato fondamentale: conoscerlo, allenarlo e riabilitarlo significa offrire al paziente maggiori possibilità di tornare alla propria vita quotidiana nel modo migliore possibile».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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