Salute e benessere

Pancia, pressione, glicemia: «Il rischio silenzioso della sindrome metabolica»

Parla il dottor Fabrizio Paolo Bonfante: «La caratteristica fondamentale è che le alterazioni sono spesso completamente asintomatiche, il paziente non sa di avere questa condizione e può sentirsi perfettamente bene»
Daniela Affinita
Il grasso localizzato sulla pancia è uno dei sintomi della sindrome metabolica
Il grasso localizzato sulla pancia è uno dei sintomi della sindrome metabolica

Ci si può sentire bene, non avere dolori né disturbi particolari, eppure, avere già un problema di salute che sta prendendo forma. Basta qualche chilo in più concentrato sulla pancia, la pressione che tende a salire, la glicemia alterata o i trigliceridi fuori dai valori desiderabili. Presi singolarmente possono sembrare segnali poco preoccupanti, ma quando si presentano insieme, possono indicare la sindrome metabolica, una condizione che aumenta il rischio di sviluppare diabete, malattie cardiovascolari e danni a organi importanti come fegato e reni. Il problema è che spesso non ci si accorge di nulla. «La caratteristica fondamentale è proprio questa: le alterazioni sono spesso completamente asintomatiche, il paziente non sa di avere questa condizione e può sentirsi perfettamente bene». A spiegarlo è il dottor Fabrizio Paolo Bonfante, direttore dell'Unità operativa complessa di Medicina interna dell'ospedale di Desenzano del Garda, con il quale abbiamo approfondito i campanelli d'allarme, i controlli da non trascurare e le possibilità di prevenzione a Obiettivo Salute.

Il dottor Fabrizio Paolo Bonfante
Il dottor Fabrizio Paolo Bonfante

Dottor Bonfante, partiamo dalla definizione: che cos'è la sindrome metabolica?

«La sindrome metabolica è un insieme di alterazioni che hanno una caratteristica fondamentale: spesso non provocano sintomi. Alla base c'è soprattutto un problema del tessuto adiposo, quella che definiamo adiposopatia. Tutti abbiamo bisogno di grasso, perché svolge funzioni importanti per il nostro organismo, in alcune situazioni, però, il tessuto adiposo si modifica e diventa metabolicamente alterato. È come se diventasse un grasso malato, capace di innescare una serie di meccanismi che coinvolgono la glicemia, i grassi nel sangue e la pressione arteriosa».

Quindi non è una malattia vera e propria, ma una condizione di rischio?

«Esattamente, è una condizione che ci segnala la presenza contemporanea di più fattori che possono compromettere la salute. I criteri che prendiamo in considerazione sono cinque: circonferenza addominale aumentata, glicemia alterata, pressione elevata, trigliceridi alti e colesterolo HDL, quello cosiddetto buono, basso. Quando sono presenti almeno tre di questi cinque fattori possiamo parlare di sindrome metabolica. Riconoscerla è importante perché ci permette di intervenire prima che si sviluppino patologie vere e proprie».

Tra questi indicatori torna spesso il grasso addominale. Perché è così importante e perché non basta guardare il peso sulla bilancia?

«Perché dobbiamo distinguere il grasso sottocutaneo da quello viscerale, che si accumula intorno agli organi interni. È proprio quest'ultimo a essere particolarmente coinvolto nei processi infiammatori e nelle alterazioni del metabolismo, favorisce la liberazione di sostanze che interferiscono con il funzionamento dell'insulina. Si sviluppa così quella che chiamiamo insulino-resistenza: l'organismo fatica a utilizzare correttamente il glucosio e a mantenerne sotto controllo i livelli nel sangue. La circonferenza della vita è quindi un indicatore semplice, ma molto utile per individuare un possibile rischio».

Come possiamo capire se siamo nella situazione di dover approfondire? Quali controlli dobbiamo fare?

«È importante misurare la pressione, controllare la circonferenza della vita e verificare attraverso gli esami del sangue i valori della glicemia e dei grassi, quindi trigliceridi e colesterolo. Se i parametri sono nella norma, un controllo annuale può essere sufficiente. In presenza di alterazioni, invece, sarà il medico a stabilire la frequenza più adatta e gli eventuali approfondimenti. Oggi, inoltre, abbiamo una maggiore attenzione anche alla prevenzione del danno a carico di reni e fegato».

Partiamo dai reni. Perché è importante controllarli quando si parla di sindrome metabolica?

«Perché le alterazioni metaboliche possono compromettere progressivamente anche la funzione renale. La creatinina è un esame che utilizziamo abitualmente, ma oggi possiamo valutare anche la presenza di albumina nelle urine, attraverso un esame chiamato microalbuminuria. È un indicatore importante perché ci aiuta a individuare precocemente un possibile danno renale e a valutare eventuali trattamenti in grado di rallentare l'evoluzione verso l'insufficienza renale cronica».

E il fegato grasso? Per molto tempo è stato considerato una condizione quasi innocua. È ancora così?

«Oggi sappiamo che non possiamo considerarlo sempre un problema senza conseguenze, il fegato può presentare un accumulo di grasso che rimane stabile nel tempo, ma in una parte dei pazienti può evolvere verso un'infiammazione e successivamente una fibrosi, cioè la formazione di tessuto cicatriziale che sostituisce progressivamente quello sano. In alcuni casi si può arrivare anche a una malattia epatica importante. Il rischio è maggiore, per esempio, nelle persone che sviluppano il diabete o presentano altre problematiche metaboliche. Per questo oggi abbiamo strumenti che ci permettono di valutare non soltanto la presenza di grasso, ma anche il rischio di evoluzione del danno».

Quindi una diagnosi di fegato grasso non deve essere sottovalutata?

«Esattamente. Non tutti i pazienti con fegato grasso svilupperanno una malattia epatica, ma è importante capire quali sono quelli più esposti e seguirli nel tempo. In alcune situazioni possono esserci anche alterazioni genetiche sottostanti che favoriscono una maggiore predisposizione. Oggi abbiamo la possibilità di approfondire questi aspetti e di individuare meglio le persone che necessitano di controlli più attenti».

Una domanda che arriva spesso dai pazienti: una volta riconosciuta la sindrome metabolica, si può tornare indietro?

«Alcuni parametri possono migliorare anche in modo significativo, soprattutto quando si interviene precocemente, un'alimentazione corretta, il controllo del peso e l'attività fisica possono contribuire a migliorare il quadro metabolico. Non sempre, però, un'alterazione scompare definitivamente, l'obiettivo principale è evitare che evolva verso una malattia conclamata, come il diabete o un'insufficienza renale. Oggi abbiamo a disposizione non soltanto interventi sullo stile di vita, ma anche farmaci che hanno cambiato la storia naturale di alcune di queste patologie. La cosa importante è individuare il problema e costruire un percorso adeguato alla singola persona».

Anche l'età e i cambiamenti ormonali possono incidere? Dopo la menopausa le donne sono più esposte?

«Sì, la riduzione degli estrogeni comporta cambiamenti nel metabolismo, possono aumentare gli acidi grassi nel sangue, modificarsi la distribuzione del grasso corporeo e comparire più facilmente insulino-resistenza e alterazioni della glicemia. La menopausa rappresenta quindi un momento della vita in cui diventa particolarmente importante prestare attenzione ai controlli e alla prevenzione».

Il messaggio che vuole lasciare a chi ci legge?

«Non dobbiamo aspettare di stare male per occuparci della nostra salute, la sindrome metabolica è spesso silenziosa, ma oggi abbiamo strumenti semplici per riconoscerla e possibilità concrete per intervenire. Controllare periodicamente i propri valori e correggere gli stili di vita può fare una grande differenza».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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