Salute e benessere

Le giornate vuote e la lamentela come stile (scorretto) di vita

Invecchiando può crescere la tendenza a criticare persone e situazioni con maggiore frequenza
Renzo Rozzini
Invecchiare amplifica la tendenza a lamentarsi
Invecchiare amplifica la tendenza a lamentarsi

La tendenza a lamentarsi è un segno dell’invecchiamento? Con l’età si diventa generalmente più selettivi, si frequentano meno persone, si evitano più spesso situazioni considerate inutili, si cerca maggiore tranquillità e si dà più importanza alle relazioni che fanno stare bene. Con il passare degli anni si tende anche a proteggere il proprio equilibrio emotivo e a spendere meno energie in ciò che interessa poco. Sembrerebbe quindi logico aspettarsi che con l’età si diventi più tolleranti, meno competitivi e meno interessati ad avere ragione su tutto.

Invece accade spesso anche il contrario. Ci sono persone che sembrano trasformare la lamentela in una delle principali attività della giornata; si lamentano della salute, dei figli, dei vicini, dei medici, della burocrazia, dei giovani, dei prezzi e, naturalmente, del fatto che una volta le cose funzionavano meglio. E scrivono lettere al giornale.

Ma è davvero un segno dell’invecchiamento? Invecchiando aumentano certamente le occasioni per essere insoddisfatti. Il corpo funziona meno bene, compaiono dolori, malattie e limitazioni, diminuiscono alcuni ruoli e responsabilità che per molti anni hanno dato forma alle giornate. Anche il mondo esterno può diventare più difficile da seguire: cambiano le tecnologie, i linguaggi, le abitudini e perfino prenotare una visita o acquistare un biglietto può diventare più complicato.

Ma avere più motivi per lamentarsi non significa necessariamente lamentarsi di più. La lamentela può avere una funzione. Dire che qualcosa non va permette di scaricare irritazione, di dare un nome a un disagio e, qualche volta, di trovare un responsabile. Quando il mondo appare complicato o poco controllabile, attribuire ciò che accade all’inefficienza degli altri, alla maleducazione crescente o al peggioramento generale delle cose può dare, almeno per qualche momento, una sensazione di ordine. Lamentarsi può servire anche a ottenere attenzione. Raccontare un dolore, una difficoltà o un torto ricevuto suscita partecipazione e rassicurazione. La lamentela può diventare, senza che ce ne accorgiamo, un modo per chiedere agli altri di occuparsi di noi.

C’è poi un altro aspetto. Se la vita è piena di lavoro, impegni, persone e interessi, una piccola seccatura resta generalmente una piccola seccatura. Quando invece le giornate diventano più vuote, lo stesso episodio può occupare molto più spazio. Il medico in ritardo, il figlio che non telefona, il vicino rumoroso possono diventare gli avvenimenti principali della giornata perché competono con meno cose. Non cambia soltanto il numero dei problemi, ma anche il loro peso.

Anche la personalità ha un ruolo. Chi ha attraversato la vita con una certa tendenza al pessimismo, alla critica o all’insoddisfazione difficilmente diventerà ottimista solo perché ha compiuto settantacinque anni. Alcuni tratti possono anzi diventare più evidenti quando diminuiscono gli obblighi sociali e professionali che per anni hanno imposto prudenza, diplomazia e autocontrollo.

Il problema, allora, non è stabilire se la lamentela sia giustificata. In molti casi lo è. Il problema è quanto spazio finisce per occupare.Esiste una differenza importante tra lamentarsi di qualcosa e fare della lamentela un modo abituale di guardare la realtà. Quando ciò che manca, ciò che disturba e ciò che non è più come prima comincia a occupare gran parte della giornata, la lamentela smette di essere una semplice reazione alle difficoltà, diventa un modo di stare al mondo. Ed è a quel punto che può pesare non soltanto su chi si lamenta, ma anche su chi gli vive accanto.

Renzo Rozzini, Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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