Dislessia e Dsa, come funziona davvero l’inclusione scolastica

Daniela Affinita
La scuola deve essere un luogo inclusivo per tutti: nell’ultima puntata di Obiettivo Salute Federica Di Cosimo approfondisce il tema dei Disturbi specifici dell’apprendimento
A scuola
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Ogni giorno, in migliaia di classi bresciane, ragazzi con Disturbi Specifici dell’Apprendimento affrontano sfide invisibili agli occhi di chi li circonda: leggere una parola, scrivere un numero, seguire il ritmo della lezione, può diventare un percorso a ostacoli. Ne parliamo con la dottoressa Federica Di Cosimo, formatrice nell’area sociale e sociosanitaria, intervenuta nella trasmissione Obiettivo Salute dedicata al consultorio CIDAF della Fondazione Poliambulanza, che spiega come trasformare l’inclusione scolastica da concetto astratto a esperienza concreta.

Dottoressa Di Cosimo, quando parliamo di inclusione scolastica nel caso dei DSA, da dove dobbiamo partire?

«La scuola italiana non è solo il luogo in cui si trasmettono conoscenze: è una vera e propria comunità educativa, il cui compito è accompagnare lo sviluppo integrale della persona. I principi costituzionali lo sottolineano chiaramente: la scuola è aperta a tutti e ha il dovere di rimuovere gli ostacoli che possono limitare il pieno sviluppo degli studenti. In questo senso, l’inclusione non è un’aggiunta o un’opzione, ma un elemento strutturale e imprescindibile del sistema educativo».

Qual è stato il punto di svolta normativo per gli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento?

«Il passaggio decisivo è stata la Legge 170 del 2010, che ha riconosciuto ufficialmente i DSA e ha stabilito una serie di strumenti per sostenere gli studenti nel percorso scolastico. La legge ha indicato obiettivi molto chiari: garantire il diritto allo studio, favorire il successo scolastico, ridurre le difficoltà emotive e relazionali e promuovere la diagnosi precoce. Ma soprattutto ha rafforzato la collaborazione tra scuola, famiglia e servizi sanitari».

Uno degli strumenti centrali è il Piano didattico personalizzato. Che ruolo ha davvero?

«Il PDP è il vero baricentro dell’inclusione scolastica per gli studenti con DSA, non dovrebbe mai diventare un semplice documento burocratico perché nel PDP vengono definiti il profilo dello studente, gli strumenti compensativi, le eventuali misure dispensative, le strategie didattiche e i criteri di valutazione. Se questo piano viene utilizzato davvero nella didattica quotidiana, diventa una guida concreta per i docenti, se invece resta solo sulla carta, l’inclusione rischia di rimanere formale».

Quindi il nodo principale è l’applicazione concreta?

«Esattamente, per gli studenti con DSA l’inclusione non dipende tanto da strutture speciali, ma dalla qualità del lavoro che avviene ogni giorno in classe. Significa adattare la didattica, utilizzare strumenti compensativi, prevedere verifiche coerenti con il percorso dello studente, tutto questo richiede competenze professionali e coordinamento tra gli insegnanti».

In collegamento la Dott.ssa Federica Di Cosimo
In collegamento la Dott.ssa Federica Di Cosimo

Nel Bresciano il fenomeno è molto diffuso. Cosa raccontano i dati?

«I numeri mostrano chiaramente che non si tratta più di una situazione marginale. Secondo i dati dell’Ufficio scolastico territoriale, gli studenti con certificazione DSA sono 9.130, circa il 6% della popolazione scolastica tra primaria e secondaria, la parte più consistente riguarda la scuola secondaria di secondo grado, dove si concentra oltre la metà delle certificazioni. Questo significa che le sfide riguardano anche verifiche, esami e orientamento».

Il territorio bresciano come risponde a questa realtà?

«Esiste una rete importante che coinvolge scuole, servizi sanitari e istituzioni, ci sono scuole polo per l’inclusione, centri territoriali e momenti di formazione per docenti e dirigenti, inoltre i servizi sanitari del territorio collaborano con la scuola per le valutazioni diagnostiche e per accompagnare le famiglie nel percorso».

Quali sono oggi le principali difficoltà?

«Una delle criticità riguarda i tempi, tra l’osservazione delle difficoltà, il potenziamento didattico e la valutazione diagnostica possono passare mesi. Un’altra questione riguarda il carico organizzativo per la scuola, gli insegnanti devono osservare, documentare, confrontarsi con le famiglie e costruire percorsi personalizzati. Serve quindi una cultura condivisa dell’inclusione, non solo la buona volontà dei singoli».

Cosa succede quando il sistema non funziona abbastanza rapidamente?

«Il rischio è che lo studente accumuli difficoltà e frustrazione, quando il supporto arriva tardi, può crearsi un divario tra le potenzialità dello studente e i risultati scolastici, per questo la legge stessa indica tra gli obiettivi la riduzione dei disagi emotivi e relazionali».

Qual è la lezione più importante che emerge dall’esperienza delle scuole?

«L’inclusione non dipende da un singolo atto, ma da una sequenza precisa: osservazione precoce, diagnosi in tempi utili, PDP ben costruito, strumenti utilizzati realmente in classe e collaborazione costante con le famiglie. Quando uno di questi passaggi rallenta, le conseguenze si vedono subito nella vita scolastica dello studente».

In un percorso scolastico che deve guardare a tutti, l’inclusione degli studenti con DSA non è solo una questione di norme e strumenti: è prima di tutto un impegno quotidiano di insegnanti, famiglie e professionisti sanitari. Come sottolinea la dottoressa Federica Di Cosimo, «solo quando ciascun ragazzo viene riconosciuto nelle sue difficoltà e valorizzato nelle sue potenzialità, la scuola diventa davvero luogo di crescita e opportunità per tutti».

Per gli studenti con DSA, ogni supporto concreto, ogni attenzione precoce, ogni strumento messo in pratica rappresenta non solo un aiuto nello studio, ma un messaggio chiaro: non sei solo, e il tuo talento può emergere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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