Un uomo di ottant’anni entra in ambulatorio, indossa una camicia pulita, ben stirata, ma con il colletto troppo largo. Me ne accorgo mentre si siede e comincia a raccontarmi perché è venuto. Non ci faccio subito caso, poi torno a guardarlo e partono i pensieri. Mi chiedo da quanto tempo quella camicia gli stia così, forse un tempo gli andava bene e negli ultimi mesi è dimagrito.
Una perdita di peso non intenzionale merita attenzione, perché può accompagnarsi a malnutrizione, a perdita di massa muscolare. Non è certo possibile riconoscere queste condizioni dall’abbigliamento, ma il particolare può suggerire una domanda molto semplice: «È dimagrito negli ultimi tempi?».
C’è però un’altra possibilità. La camicia è vecchia e il paziente continua a indossare gli stessi abiti da molti anni perché non può permetterseli, oppure perché teme di non avere abbastanza denaro per il futuro. In qualche caso, questa preoccupazione può essere espressione di un disturbo depressivo.
Tre spiegazioni molto diverse per lo stesso particolare: un possibile cambiamento fisico, una difficoltà economica, una preoccupazione patologica. O ancora potrebbe trattarsi semplicemente di una misura sbagliata o di una preferenza personale.
Questo è il mio lavoro, la visita comincia prima delle domande e dell’esame obiettivo. Il modo in cui il paziente entra nella stanza, cammina, si siede, si toglie la giacca o si rivolge all’accompagnatore può fornire informazioni che non emergono necessariamente dal racconto dei sintomi o dagli esami diagnostici. Sono aspetti che ho imparato a riconoscere, spesso senza cercarli deliberatamente.
Nella persona anziana questa attenzione è particolarmente utile perché la malattia non si manifesta sempre attraverso sintomi facilmente riconoscibili. Talvolta si presenta con una riduzione dell’attività abituale, una maggiore lentezza, una difficoltà a svolgere gesti che prima erano semplici o una modificazione delle abitudini quotidiane. Cambiamenti che il paziente può considerare normali conseguenze dell’età e che quindi non ritiene necessario riferire.
Naturalmente, non si tratta di trasformare qualsiasi comportamento in un segno di malattia. Le impressioni iniziali possono essere sbagliate, soprattutto quando non conosciamo la persona e le sue abitudini, ma possono aiutarci a fare domande mirate e a capire meglio ciò che ci viene raccontato.
Non tutte le informazioni utili sono quelle che abbiamo previsto di raccogliere. Un particolare può suggerire una domanda nuova, far riconsiderare un’ipotesi diagnostica o richiamare l’attenzione su un problema che il paziente non aveva riferito. È una componente della pratica medica che richiede esperienza, ma anche curiosità e disponibilità a non fermarsi alla prima spiegazione.
Questo aspetto merita attenzione anche alla luce della crescente diffusione dell’intelligenza artificiale in medicina. Gli strumenti informatici sono straordinariamente capaci di elaborare informazioni, riconoscere associazioni e suggerire ipotesi diagnostiche.
Il loro contributo è importante, ma non rende secondario il momento in cui le informazioni vengono individuate e raccolte. Anzi, proprio perché disponiamo di strumenti sempre più potenti per interpretare i dati, diventa fondamentale non trascurare ciò che può essere rilevante per comprendere il paziente. Il computer non vede il paziente (non nota il collo largo della camicia). Per ora.
L’impiego crescente delle tecnologie modifica anche il modo in cui si svolge la visita. Una parte del tempo viene dedicata alla consultazione della documentazione, alla registrazione dei dati e alla compilazione delle prescrizioni. Sono attività necessarie, ma possono sottrarre attenzione alla persona che abbiamo davanti. Anche nella medicina più tecnologica resta fondamentale una competenza elementare: saper guardare il paziente, e non soltanto i dati che lo riguardano.
Renzo Rozzini, Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero



