La velocità dell’innovazione tecnologica è sotto gli occhi di tutti e lo sviluppo rapido dell’Intelligenza artificiale ci fa temere che essa possa prevalere sul nostro controllo. Ci si interroga e se ne discute allora, come è accaduto al Convegno «IA Intelligenza artificiale» organizzato a Roma dall’Ordine Nazionale degli psicologi, perché l’impegno di chi si occupa di salute mentale è quello di sapere se la tecnologia avanzata degli algoritmi sia più un vantaggio o un pericolo.
La prima risposta è che ci sarà utile solo se non ci farà sacrificare la sicurezza delle persone e non trascurerà di controllare i possibili effetti negativi. Io credo che l’AI ci attragga per le risorse che mette a disposizione e per la velocità con cui ci fornisce risposte, ma dovremmo prima di tutto chiedere strumenti per il miglioramento della salute pubblica e aiuto nella diagnostica e nella cura precoce delle patologie più gravi. Allo stesso tempo dovremmo aspettarci che sia in grado di avvicinare i servizi all’utenza, anche se sappiamo che le macchine mancano di empatia e compassione.
Le preoccupazioni, del resto, sono giustificate da quando abbiamo scoperto che le distorsioni algoritmiche possono manipolare i comportamenti umani e che le interfacce digitali sono in grado di alimentare le dipendenze. La sfida è quella di «riportare l’umanesimo al centro dei processi innovazione tecnologica» come dice lo psicologo Luca Bernardelli nel suo Manifesto per la Salute Psicologica. Un’aspettativa importante che al primo posto però deve contenere lo sviluppo della coscienza collettiva necessaria perché le nuove tecnologie siano utili per l’educazione, la prevenzione e come supporto ai processi di cura. Si tratta di sviluppare con urgenza negli adulti una maggiore competenza digitale e una migliore conoscenza dei pericoli derivanti dall’uso irresponsabile dei dispositivi tecnologici di comune impiego.
Ma prima di domandarci quanto sia elevato il rischio che l’IA prevalga sulla nostra umanità, credo serva sapere a che «umanità» facciamo riferimento oggi per crescere i nostri figli, ovvero quale mondo «umanizzato» stiamo lasciando a loro. Di certo la prima difficoltà da superare è la disinformazione e le scarse competenze tecnologiche degli adulti con funzioni educative. La seconda dovrebbe riguardare l’aumento degli strumenti per ridurre il disimpegno genitoriale e la distanza relazionale in famiglia, che sovente fanno delegare alla tecnologia gran parte dei compiti educativi. La terza è quella di riconoscere l’importanza fondamentale dell’ascolto e dello sguardo verso chi accompagniamo alla crescita.
Per contenere il disagio e favorire il benessere tra le nuove generazioni, infine c’è bisogno di promuovere il riconoscimento delle potenzialità e dei limiti dell’Intelligenza artificiale perché il progetto educativo rimanga la «costruzione dell’umano».




