Vado a casa di una paziente che da due giorni respira male e che durante la notte non è riuscita a dormire perché sentiva i bronchi fischiare; al telefono sento che fatica a completare le frasi e che ansima.
Mentre sono in auto provo a ricordare la sua storia clinica. Ha ottantacinque anni, è autonoma, non ha problemi cognitivi, è lei che telefona, prende gli appuntamenti e tiene insieme le informazioni sulla propria salute. È cardiopatica e ricordo che la cardiologa aveva modificato la terapia. Non ricordo invece se abbia fumato, informazione che potrebbe avere qualche relazione con i sintomi attuali, ma da almeno un anno non mi risultano episodi di difficoltà respiratoria.
Quando arrivo è il marito ad aprirmi. Lei è seduta sul divano e non ha un aspetto particolarmente sofferente; appoggio giacca e borsa e comincio a farle domande. Vorrei sapere se ha avuto febbre, tosse o raffreddore, se si sente più stanca del solito, se il respiro corto compare a riposo oppure quando cammina, se riesce ancora a fare le cose che faceva prima o se deve fermarsi.
Vorrei, insomma, che mi descrivesse i sintomi; lei invece comincia dal perché.
La paziente
Mi spiega da che cosa, secondo lei, dipende, collega il disturbo a una circostanza, formula ipotesi e cerca subito una causa, mentre io continuo a riportarla a ciò che mi interessa: quando è cominciato, quanto dura, se succede anche di notte, se compare quando sale le scale, ma dopo ogni domanda ritorna alla sua ipotesi.
Non è la prima volta che mi capita. Chiedo a qualcuno come sta e, invece di sentirmi rispondere come sta, mi sento spiegare perché sta male: “Ho male alla schiena perché ieri ho fatto troppo”, “Non dormo perché sono preoccupata per mio marito”, “Mi manca il fiato perché sono agitata”. A volte la spiegazione è plausibile, altre volte meno, ma dal punto di vista medico arriva troppo presto, perché prima vorrei capire bene il sintomo e soltanto dopo ragionare sulla possibile causa.
Con il tempo ho avuto l’impressione che questo modo di raccontarsi sia più frequente nelle donne, anche se non so se sia davvero così o se si tratti di una delle tante convinzioni che la professione costruisce nella testa di un medico dopo migliaia di colloqui.
La spiegazione, prima del sintomo
Qualche sera dopo ne parlo a casa e racconto l’episodio a mia moglie, dicendole che molte pazienti, quando domando loro come stanno, sembrano sentire immediatamente il bisogno di fornire subito un perché, quasi che riferire il sintomo non bastasse e fosse necessario aggiungerne subito una spiegazione.
Mia moglie mi guarda con un’espressione severa e dice: «Certo che sono donne».
Le chiedo perché. «Perché a voi uomini non è mai stato chiesto di giustificare continuamente quello che fate. A noi sì».
La risposta mi sorprende, perché io stavo ragionando da medico e pensavo al modo in cui una persona racconta un sintomo, mentre lei stava parlando del modo in cui una persona impara a raccontare se stessa.
Forse, soprattutto per alcune generazioni, molte donne sono cresciute dovendo accompagnare le proprie decisioni con una spiegazione: perché uscivano o tornavano tardi, perché lavoravano o non lavoravano, perché erano stanche, arrabbiate o volevano stare sole.
Naturalmente uomini e donne non sono due categorie separate da un confine netto: ci sono uomini che spiegano tutto e donne che non spiegano niente, e il mondo nel quale sono cresciute le ragazze di oggi non è quello nel quale sono cresciute le donne che oggi hanno ottant’anni. Eppure il modo in cui raccontiamo ciò che ci accade porta con sé anche educazione, abitudini e aspettative accumulate negli anni.
Forse anche per questo, a ottantacinque anni, una donna può sentire che non basta dire «mi manca il fiato», ma sente di dover aggiungere subito anche un perché.



