Dovrebbe essere uno dei gesti più naturali. Eppure, quando si parla di allattamento, i dubbi sembrano non finire mai. Avrà mangiato abbastanza? Se non mi nutro bene diventa acqua? Il dolore è normale? Fino a quando è giusto continuare? Domande alle quali si aggiungono i consigli di altre donne e le convinzioni tramandate da generazioni che, purtroppo, nascondono anche dei falsi miti. In vista della Settimana mondiale dell’allattamento materno, che si celebra all’inizio di ottobre, proviamo a fare chiarezza con Enrica Giorgia Breda, ostetrica, referente del Percorso nascita dell’Asst Franciacorta e consulente in allattamento.

Perché l’allattamento materno è importante per il bambino?
I bambini hanno diritto a godere del miglior stato di salute possibile e l’allattamento materno rappresenta la normalità biologica. Le evidenze scientifiche ne mostrano l’importanza dal punto di vista immunologico, della crescita e della prevenzione di alcune patologie, come quelle del tratto respiratorio durante l’infanzia e il diabete in età adulta.
Ci sono benefici anche per la mamma?
Sì. Grazie alla produzione di ossitocina, l’allattamento favorisce il ritorno dell’utero alle dimensioni precedenti alla gravidanza. Riduce l’incidenza del tumore alla mammella e all’ovaio. Ha inoltre un effetto importante sulla relazione affettiva tra mamma e bambino.
L’allattamento viene raccomandato, ma la scelta resta della madre.
Certamente. Noi operatori sanitari promuoviamo l’allattamento, ma la decisione su come alimentare il proprio bambino spetta alla mamma. Nessuno può imporle una scelta. E non sempre una donna si trova nelle condizioni per allattare: può mancare, per esempio, una rete familiare o amicale che la sostenga.
Uno dei dubbi più frequenti: se il bambino piange significa che il latte non basta?
No. Il pianto è uno degli strumenti che il bambino usa per comunicare e non indica necessariamente fame. Può semplicemente avere bisogno di stare vicino alla mamma o di succhiare. Per capire se assume abbastanza latte bisogna osservare la poppata e controllare, per esempio, se bagna il pannolino. Nei primissimi giorni gli basta il colostro, che prepara il suo intestino ad accogliere l’alimentazione. All’inizio lo stomaco è molto piccolo, poi cresce progressivamente.
Dolore, ragadi e difficoltà nell’attacco sono inevitabili?
No. In nove casi su dieci dipendono da una posizione o da un attacco al seno non corretti. Noi consigliamo la posizione semireclinata. Una volta corretti questi aspetti, generalmente il problema si risolve. Non servono creme, cremine o copricapezzoli d’argento.
Spezie, peperoncino, caffè: durante l’allattamento bisogna davvero fare tante rinunce?
No. Va benissimo un’alimentazione varia ed equilibrata. Se la mamma è abituata a mangiare spezie o peperoncino può continuare: il bambino ha già incontrato questi sapori durante la gravidanza. L’alcol, invece, va evitato. Caffè e altre bevande che contengono caffeina vanno consumati con moderazione.
E se la mamma deve assumere un farmaco?
È bene rivolgersi al medico oppure contattare il Centro antiveleni di Bergamo per verificare la compatibilità con l’allattamento.
Fino a quando è consigliato allattare?
L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda l’allattamento esclusivo fino ai sei mesi compiuti. Successivamente si introducono altri alimenti, mentre il latte continua ad avere un ruolo importante fino all’anno e anche oltre. Se mamma e bambino lo desiderano, l’allattamento può proseguire fino ai due anni. È una scelta libera.
Quindi allattare dopo il primo anno non è inappropriato?
No. Se mamma e bambino desiderano continuare non c’è nulla di sbagliato. Non dovrebbe essere il giudizio degli altri a stabilire quando smettere.
Quando invece qualcosa non funziona, a chi può chiedere aiuto una mamma?
Ai consultori familiari. A Rovato e Chiari, per esempio, proponiamo uno spazio dedicato all’allattamento e consulenze individuali.
Le mamme lombarde allattano abbastanza?
Secondo i dati del sistema nazionale di sorveglianza, in Lombardia il 54% allatta ancora quando il bambino ha due-tre mesi. La percentuale scende al 32% tra i quattro e i cinque mesi. Sono dati che possono migliorare.




