Il geriatra: «Gestire la fragilità è una sfida sociale e politica»

Renzo Rozzini Fondazione Poliambulanza - Istituto Ospedaliero
«Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di garantire condizioni di vita dignitose anche nelle fasi più vulnerabili dell’esistenza»
Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di garantire condizioni di vita dignitose anche nelle fasi più vulnerabili dell’esistenza
Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di garantire condizioni di vita dignitose anche nelle fasi più vulnerabili dell’esistenza
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L’invecchiamento della popolazione è uno dei cambiamenti più profondi delle società contemporanee. Comprendere la fragilità non è solo una questione clinica, ma anche una sfida sociale e politica: riguarda il modo in cui organizziamo la cura, la convivenza tra generazioni e la distribuzione delle risorse.

La parola «fragilità» deriva dal latino frangere, rompere, e richiama l’idea di qualcosa che può danneggiarsi facilmente, anche sotto una pressione minima. In medicina, la fragilità indica una condizione in cui l’organismo perde la capacità di mantenere il proprio equilibrio dopo uno stress. Diminuisce la resilienza.

Questa condizione è il risultato dell’accumulo, nel corso della vita, di diversi fattori che mettono sotto pressione i sistemi fisiologici: malattie, loro compresenza, farmaci necessari per curarsi, stili di vita non salutari e, con il tempo, i processi di invecchiamento.

Fragilità

La fragilità viene spesso descritta con termini affini, come «vulnerabilità», o, più recentemente, in opposizione alla «robustezza». Talvolta è confusa con la perdita di autosufficienza, ma non sono la stessa cosa: la perdita di autonomia può essere una conseguenza della fragilità, non la sua definizione. Un esempio aiuta a chiarire. Immaginiamo due bicchieri: uno da Martini, sottile e delicato, e un tumbler, basso e spesso. Il secondo resiste agli urti; il primo può rompersi facilmente.

Lo stesso vale per le persone anziane. Due individui possono essere entrambi in grado di camminare, ma dopo una malattia acuta la persona robusta recupera, mentre quella fragile rischia di perdere l’autonomia. È una situazione frequente in ospedale e spesso sorprende i familiari, perché il cambiamento può essere improvviso. La frase che si sente ripetere più spesso è: «Prima della polmonite camminava».

La fragilità non è solo un termine colloquiale: è una vera e propria sindrome clinica, misurabile, che descrive una riduzione generale della capacità di rispondere allo stress, agli infortuni e alla malattia.

Il dott. Renzo Rozzini
Il dott. Renzo Rozzini

Organismo più vulnerabile

La gerontologia, la disciplina che studia l’invecchiamento, identifica condizioni che non sono malattie in senso stretto, ma segnali di un organismo progressivamente più vulnerabile. Tra queste vi sono la riduzione della vista e dell’udito, la debolezza muscolare, la fragilità ossea, le ischemie cerebrali silenti, l’indurimento delle arterie e il progressivo logoramento degli organi. Sono processi che uno stile di vita sano può rallentare, ma non evitare del tutto.

La fragilità è una delle espressioni più caratteristiche dell’invecchiamento: il quadro clinico che riassume ciò che spesso viene percepito come un accumulo di perdite. Non tutti gli anziani sono fragili, e non tutte le persone fragili sono anziane. Tuttavia, con l’avanzare dell’età questa condizione diventa sempre più comune: può interessare fino a un quarto delle persone oltre gli 85 anni e spesso precede una fase di declino più marcato. Una manifestazione tipica è l’alternanza di giorni buoni e giorni cattivi, lungo una traiettoria di salute che nel tempo tende a peggiorare.

Negli individui fragili anche eventi apparentemente banali possono avere conseguenze importanti: un’infezione lieve, gli effetti collaterali dei farmaci, uno stato depressivo legato a una perdita affettiva, oppure una caduta con frattura.

Giocare d’anticipo

La fragilità può essere in parte prevenuta o gestita attraverso un’attenta cura di sé: esercizio fisico regolare, sonno adeguato, alimentazione equilibrata, controllo delle condizioni mediche e relazioni sociali significative. Si tratta però, in larga misura, di strategie che rallentano il processo più che arrestarlo. Il tempo scorre, i corpi cambiano, e l’idea di mantenere una salute perfetta fino a età molto avanzate riflette spesso aspettative irrealistiche.

Invecchiare significa acquisire esperienza e talvolta maggiore serenità, ma comporta anche un rallentamento. Chi convive con questa condizione entra in una fase della vita in cui non è realistico aspettarsi di funzionare come prima. Può essere necessario adattare le abitudini quotidiane e sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri limiti.

Modelli

Per rendere operativa questa condizione e misurarla, sono stati proposti diversi modelli. Secondo quello elaborato da Kenneth Rockwood, la fragilità deriva dall’accumulo di deficit fisici, psicologici e sociali. All’aumentare dei problemi di salute cresce il rischio di esiti negativi, come la mortalità o l’istituzionalizzazione.

Da questa osservazione nasce l’«indice di fragilità», che esprime la proporzione di deficit presenti rispetto a quelli valutati. I deficit possono includere malattie, sintomi, disabilità, limitazioni funzionali, condizioni sociali, livello di attività fisica, salute mentale e cognitiva, percezione dello stato di salute e, talvolta, dati di laboratorio.

Questo approccio è complementare a quello più fisiologico proposto da Linda Fried, che definisce il cosiddetto «fenotipo fragile». In questo modello si considerano cinque criteri: perdita involontaria di peso (oltre 4,5 kg nell’ultimo anno), riduzione della forza muscolare, affaticamento persistente, rallentamento del cammino e riduzione dell’attività fisica.

Una persona è definita fragile quando sono presenti almeno tre di questi elementi, e pre-fragile quando ne presenta uno o due. La comparsa della pre-fragilità segnala l’inizio di una riduzione della riserva fisiologica legata all’età; la fragilità conclamata indica che questo processo è ormai avanzato. È il momento in cui l’organismo recupera con sempre maggiore difficoltà dagli eventi della vita.

Riconoscere la fragilità significa ripensare i sistemi sanitari e sociali in una prospettiva più equa e sostenibile. Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di garantire condizioni di vita dignitose anche nelle fasi più vulnerabili dell’esistenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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