Politica

Tremonti: «Dalla finanza alla difesa l’Ue deve ritrovare se stessa»

L’ex ministro dell’Economia parla della difficile situazione geopolitica e delle contraddizioni interne che frenano oggi l’Europa. La soluzione deve essere un’azione politica convinta
Il segretario della Nato Mark Rutte e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il segretario della Nato Mark Rutte e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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L’Europa si trova oggi in una fase di passaggio tanto delicata quanto decisiva. Stretta tra le tensioni geopolitiche globali, le pressioni economiche e le proprie fragilità interne, l’Unione sembra oscillare tra ambizione politica e ripiegamento burocratico.

Dalla guerra in Ucraina al riassetto dei rapporti euroatlantici, fino alle sfide della competitività e dell’innovazione, si moltiplicano i segnali di un sistema che fatica a trovare una direzione chiara e condivisa. L’ex ministro dell’Economia oggi deputato presidente della Commissione esteri, Giulio Tremonti, offre la sua lettura della situazione e immagina che l’Europa debba trovare una risposta politica unitaria.

Professor Tremonti come sta oggi, secondo lei, l’Unione Europea?

Nella recente intervista al Giornale di Brescia, Enrico Letta considera centrale, per l’evoluzione positiva dell’Europa, la sua proposta del 28esimo regime per le startup (contenuta nel rapporto sul mercato interno, ndr).

Esatto, lei non è d’accordo?

Ho qualche difficoltà ad essere d’accordo! Ho appena incontrato l’ambasciatore estone. L’Estonia, nelle carte che mi hanno dato per preparare l’incontro, è leader al mondo per densità di startup, e certamente leader in Europa. Allora la domanda è: se il ventottesimo regime c’è già ed è il venticinquesimo, cioè l’Estonia, dov’è la novità? Seriamente, si trascura un piccolo particolare: una volta costituita una startup entra nel labirinto delle regole europee. Tutta l’attività d’impresa è regolata dal diritto europeo. La novità del ventottesimo regime è solo nell’immediatezza della costituzione della startup; il giorno dopo valgono le regole UE. Il piccolo particolare è che, nell’ambiente giuridico europeo Guglielmo Marconi finirebbe in galera: per violazione del Codice del lavoro (usava contadini con mansioni improprie), del Codice postale (emissione via etere non autorizzata), del Codice della navigazione (l’Elettra fu trasformata da nave da diporto in laboratorio senza autorizzazione) e del Codice fiscale (l’Elettra era la stabile organizzazione in Italia della Marconi International di Londra).

Dove vuole arrivare?

Il problema del funzionamento riguarda tutte le imprese in un mondo giuridico che, a parte Marconi, ricorda il medioevo giuridico: un mondo segmentato, dove diritti e doveri variavano per località, censo, stratificazioni erratiche (un diritto che cambiava a seconda che eri nobile, chierico, artigiano corporato e così via). L’Europa diventa centro della civiltà con i codici di Napoleone: introducono un predicato unitario, «persona» (fisica, giuridica). Persona, in latino e in greco, vuol dire maschera: un predicato unitario che si sovrappone alla segmentazione dei diritti. I codici sono una colossale semplificazione, quindi sviluppo. Rispetto a questo i ceti produttivi e il Terzo Stato si riunivano per presentare i cahiers di doléances che si chiudevano con la richiesta «un re, una legge, un ruolo d’imposta». Non volevano anarchia, né sottrarsi al dovere delle imposte, ma un sistema giuridico coerente con la borghesia, con il Terzo Stato che produceva. Non chiedevano il ventottesimo regime, ma qualcosa di più profondo. Se la via di sviluppo dell’Europa è il ventottesimo regime, mi ricorda quanto diceva Zweig nel dialogo con Joseph Roth: «L’Europa è un cadavere che tenta il suicidio». Allora era la tragedia nazista; adesso è la comica burocratica. È giusta l’idea di ruotare sui sistemi giuridici, ma lo fai seriamente, non con il ventottesimo regime: è una barzelletta. Ripeto: c’è già, basta andare in Estonia. Tanto vero che il giorno dopo devi chiedere autorizzazioni, assumere, operare, trasportare - e cadi nel labirinto. Noi abbiamo 1.400.000 pagine di Gazzetta Ufficiale europea. La grande questione è questa: le regole europee necessarie devono esserci, ma non regole infinite e superflue. Sui motori endotermici ci stiamo suicidando, con tutto l’indotto. Però siamo tranquilli perché è appena uscita una regola europea sulla messa in sicurezza dei tricicli per i bambini. Questa è la realtà, e non è folklore.

Giulio Tremonti in visita al Giornale di Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Giulio Tremonti in visita al Giornale di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

E l’Unione sul piano internazionale?

Resto ancora sull’Europa: guardi la foto del Trattato di Roma. È in bianco e nero, ma sono statisti. Adenauer disse: «Che la foresta non sia tanto fitta da impedire la visione dell’albero». La confronti con una foto di un vertice europeo oggi: è a colori, ma sembra una gita premio.

Secondo lei non c’è nessuno statista in Europa, nessun politico di razza?

Non diciamo così, ma quasi. La sequenza è questa: tempi tragici – la guerra – portano uomini forti. Uomini forti portano tempi facili (MEC, PAC, Schengen). Tempi facili portano uomini deboli. Uomini deboli portano tempi difficili: i tempi che viviamo.

Cosa pensa dei rapporti euroatlantici.

Nel 2003, era il semestre italiano di presidenza Ue, gli americani ci dissero: gli oceani sono due, non solo l’Atlantico, anche il Pacifico; sull’Atlantico dovete investire di più. La mia proposta fu quella di emettere eurobond per la difesa europea. Reazione negativa della Commissione Prodi: obiezione economica. La più intelligente fu del cancelliere inglese Gordon Brown: «Voto contro perché emettere eurobond per la difesa è Nation building dell’Europa». Aveva visto giusto: quella era la prospettiva. Politica internazionale e difesa europea si trovano nella prima parte del Manifesto di Ventotene. Oggi abbiamo gli eurobond per la difesa dell’Ucraina. È un passo, dopo più di vent’anni, ma è giusto, sempre come nation building. L’accordo di Northwood tra Regno Unito e Francia sul nucleare è un altro segnale di un’Europa che ritorna. Così come il Mercosur: una proiezione geopolitica dell’Europa. Questo indica una progressiva unione. Nel 2009 feci una lezione alla Scuola centrale del Partito comunista cinese sulla globalizzazione e sulla proposta di regole europee e mondiali. L’immagine suggerita fu quella del tavolo a tre gambe: per essere stabile deve averne almeno tre – America, Europa, Cina. In un qualche modo sta venendo fuori, sia pure in progressione. Quindi il punto non è uscire dalla NATO o dichiarare guerra, ma acquisire un’identità politica europea. Quando Kissinger diceva: «Parlerei con l’Europa, ma non ho il numero di telefono», oggi spero stia emergendo il «telefono europeo».

La von der Leyen è riconoscibile, con tutti i suoi limiti.

Sì ma serve legittimazione popolare. L’Europa deve tornare com’era nel ’57. E faccio un esempio: se entri in un bar e dici «ci vuole più competitività europea», la gente non capisce. Se dici «ci vuole più libertà», ti pagano da bere. Al di là delle persone, manca ancora - ma è in divenire - una politica europea. E i tempi che viviamo ci portano a quello. C’è stato momento in cui l’Europa è scivolata nel pragmatismo: con l’idolatria del denaro, con il crematismo. Nel 2019, con Draghi e Lagarde sul palco a Francoforte e in platea tutti i capi di Stato e di governo europei ad applaudire. Così si realizza la sottomissione della politica al denaro: si distrugge un pezzo di futuro. Ora ci sono le guerre, che distolgono dai rischi della finanza. Ma la finanza non è fuori dall’area di rischio. In Europa il «whatever it takes» è diventato «whatever mistakes»: la curva della finanza, dal 2012, sale in verticale come mai nella storia, mentre quella del PIL resta piatta.

Come si ferma questa finanziarizzazione della politica, il primato della finanza?

Forse è il caso di rileggere Karl Marx: «Il tasso zero è la fine del capitalismo». Marx non aveva incontrato Draghi, che ha inventato i tassi sotto zero. Se guarda, quest’anno Banca d’Italia è in attivo, ma prima era in passivo. Le pare normale che una banca centrale sia in perdita?

C’è stato il bazooka di Draghi per salvare l’euro.

La verità è che dal 2012, e quindi da 14 anni la finanza va su in modo folle.

E la Russia? È fuori dal tavolo a tre gambe per usare l’immagine che evocava in precedenza. Ma si registrano continue ingerenze sul fronte est dell’Ue.

Quando avvengono grandi svolte della storia, può essere che il mondo sia animato anche dai demoni la lotta per le aree di influenza non può essere escluso che il mondo possa essere «governato dai demoni». Oggi la storia ci porta dall’Ucraina al Mar Rosso sulla storica linea del nodo di Gordio: la linea del conflitto tra l’Occidente e l’Asia. Questa Russia ormai è Asia: e così in declino demografico ed economico, rischia di diventare la Bielorussia della Cina. La Cina si proietta verso l’Artico passando dalla Siberia e in questa traiettoria si incrementa la dimensione asiatica della Russia.

Mosca sul fronte est dell’Unione è molto aggressiva: oltre l’Ucraina influenza Paesi dell’Ue che rivendica sotto la propria sfera di influenza.

Putin, terminata la sua euforia capitalista applica «la dottrina del Cremlino»: «Il nostro futuro è nel nostro passato» - religione, tradizione, confini. Certamente cercano presenza anche altrove. L’Europa deve fare una scelta. Fino ad ora ha fatto un allargamento verso Est lento e paternalistico: «Il tuo diritto civile non è abbastanza evoluto», «non rispetti i diritti», «i bilanci non sono perfetti»… Il fatto è che l’allargamento lo sta facendo Putin, ma nella direzione opposta: da est verso ovest. È il caso di smetterla con la logica delle burocrazie di Bruxelles. Ricordo un episodio: anni fa, invitato a una lezione alla Fondazione Ratzinger in Polonia, camminavo con un vescovo e le donne si inginocchiavano. Il vescovo disse: «Quando vengo a Roma non mi succede». I costumi si sviluppano col tempo; la democrazia è dal basso, non la esporti. In alcune parti dell’Est Europa il diritto o i bilanci non saranno perfetti, ma la partita è quella. Il futuro dell’Europa lo trovi proprio nel Trattato: c’è scritto che tutti gli Stati europei possono entrare nell’Unione. Sono già Stati europei - nei Balcani o altrove - e dobbiamo tenerne conto: abbiamo in comune civiltà e religione. Posso usare un’immagine non ortodossa? Cosa hanno in comune tutti gli stati europei? Il vino. I confini dell’Impero romano coincidevano con i confini del vino!

Cosa deve fare l’Italia in Europa?

L’Italia è un grande Paese fondatore. Certo dipende da cosa dice e da come lo dice. Per esempio, sull’Agenzia delle Dogane: era la terza volta che un’agenzia poteva toccarci; abbiamo avuto il voto di Ungheria e Slovacchia, tutti gli altri no. L’Italia è un po’ discontinua, però è l’Italia. E può avere un ruolo: lo ha avuto e lo ha ancora. Certo siamo in una fase in cui tutto va rafforzato.

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