Politica

Letta: «È finita l’età dell’illusione: ora l’Europa si faccia potenza»

L’ex primo ministro italiano, oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors: «La pressione di Stati Uniti, Russia e Cina la costringe a non essere frammentata»
Enrico Letta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Enrico Letta - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il mondo sta cambiando e la sensazione diffusa tra gli analisti è che ci si trovi di fronte ad un tornante della storia, in cui gli alleati di un tempo sono diventati insofferenti o addirittura ostili. L’attuale amministrazione americana sta disarticolando il sistema di relazioni internazionali su cui poggia la Comunità Atlantica: commercio internazionale, sicurezza collettiva e regole condivise.

L’ex primo ministro italiano, Enrico Letta, oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors immagina come soluzione di fronte alle mutate condizioni internazionali quella di un’Europa protagonista, non solo come attore economico, ma anche come potenza politica e strategica. L’Europa deve reagire non solo alla presidenza Trump ma anche all’aggressività russa e all’espansionismo cinese.

All’ultimo forum di Davos il primo ministro canadese Carney ha aperto il suo intervento così: «Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di grande rivalità tra potenze, che l’ordine basato sulle regole sta svanendo, che i forti possono fare ciò che vogliono e i deboli devono subire ciò che devono». Letta gli contrappone una visione più ottimista.

Com’è l’Europa oggi, come sta andando?

«Mi sembra che l’Europa, proprio in questo periodo, si trovi di fronte a un crocevia molto complicato, ma anche foriero di possibili grandi risultati positivi. La pressione che arriva da Trump da una parte, da Putin dall’altra, e dalla Cina – quindi Stati Uniti, Russia e Cina, in modalità diverse – è tale che anche chi volesse mantenere lo status quo non può più permetterselo. L’Europa è costretta a prendere posizioni complesse, difficili, coraggiose. Ed è quello che sta accadendo in questo periodo, sia dal punto di vista della difesa sia da quello dell’economia. Siamo in un momento in cui stanno succedendo, e possono succedere, molte cose. Penso che sia una fase in cui l’Europa può finalmente diventare adulta, uscire da quella logica di frammentazione, dipendenza e minorità nella quale ha vissuto fino a oggi. Tutto passa attraverso una maggiore integrazione, che ormai anche gli euroscettici - anche i leader euroscettici in giro per l’Europa – accettano come una necessità. La pressione che arriva da Trump, dai cinesi e dai russi è tale che non si può che trovare soluzioni insieme».

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Alex Brandon © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti - Foto Epa/Alex Brandon © www.giornaledibrescia.it

L’altra cosa riguarda i report: la Commissione aveva incaricato lei di pubblicare uno studio sul mercato interno e, nello stesso periodo, Draghi aveva fatto un report sulla competitività. Sono stati usati o sono finiti nel cassetto?

«Sono stati oggetto di discussioni e grandi applausi per un anno e mezzo. Negli ultimi due mesi, però, c’è stata un’accelerazione. Il Consiglio europeo di dieci giorni fa, se si guardano le conclusioni, ha ripreso la proposta principale che avevo fatto: lanciare un piano che loro hanno chiamato “One Europe, one market”, cioè integrazione del mercato unico lungo tre filoni che avevo identificato come non completati: energia, connettività e mercati finanziari. Qualche giorno prima la Commissione ha lanciato quella che per me è la proposta più importante del rapporto: io l’avevo chiamata “28° regime”, loro l’hanno chiamata “EU Inc.”, cioè l’impresa europea. Hanno cambiato nome perché giustamente “28° regime” ha senso oggi, ma appena entrerà un nuovo Paese membro non lo sarà più. Per me questo è un bel segnale. Sono soddisfatto perché hanno preso quella che ritenevo la proposta più importante, per dare al mondo delle imprese, soprattutto innovative, la sensazione che si stia facendo qualcosa per aiutarle, anche per dissuaderle dall’andarsene negli Stati Uniti. Negli ultimi tempi c’è stato un esodo di start-up e imprese innovative verso gli USA. La sovranità, anche tecnologica, dipende dal fatto che siamo in grado di creare un ecosistema efficace perché l’innovazione cresca in Europa. Queste due piste – il Consiglio europeo di dieci giorni fa e la decisione della Commissione su EU Inc. – sono segnali molto importanti. Adesso il Consiglio europeo del 22-23 aprile dovrà decidere come attuare questo piano. Lì si capirà davvero. Direi che in queste settimane si decide molto. Vedo cose positive, anche se non mi illudo: in gran parte è una reazione alla pressione di Trump. Però l’importante è che si facciano le cose e che si capisca che, essendo troppo frammentati, regaliamo posti di lavoro e investimenti ad americani e cinesi».

L’idea generale è anche che l’Europa non debba essere solo un mercato, ma una potenza politica con capacità strategica.

«Su questo devo dire che ciò che è accaduto negli ultimi tempi, sempre anche per effetto di Trump, va nella direzione giusta. Pensa all’apertura di nuovi mercati: per un territorio come Brescia e per la Lombardia è probabilmente la cosa più importante che l’Europa possa fare. Aprire mercati: Mercosur, Brasile, India – un continente intero – e poi Australia, Indonesia, Messico. Sono cinque grandi aree del mondo che oggi vedono un’apertura significativa. Sul piano della “logica di potenza”, un altro elemento importante è che abbiamo deciso che, nonostante le scelte discutibili di Trump, noi europei difendiamo gli ucraini. È un segnale molto significativo. Così come, più in generale, ciò che si sta cercando di fare a livello europeo per affermare che sovranità, indipendenza e autonomia sono obiettivi da perseguire. È quello che dicevo prima: un’Europa che diventa adulta, anche forzatamente, perché i “genitori” le hanno detto che deve fare da sola. Probabilmente bisognava capirlo prima: c’è stata troppa inerzia. Ma oggi vedo che tutti si muovono in quella direzione».

Il cancelliere tedesco Merz, il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Il cancelliere tedesco Merz, il premier spagnolo Sanchez e il presidente francese Macron - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it

Negli ultimi anni c’è stata anche una crescita delle destre in Europa, sia nei numeri sia nei Paesi. C’è una contrapposizione crescente tra forze europeiste e queste forze spesso ambigue, in parte filorusse, in parte filotrumpiane, che mettono in discussione lo Stato di diritto. Come si arginano?

«Bisogna essere molto netti nell’applicare le regole esistenti. Con Orban, per esempio, si è stati troppo morbidi: bisognava essere più netti. Le regole ci sono. È stata introdotta la condizionalità sull’uso dei fondi strutturali, che secondo me doveva essere utilizzata di più. Quando Orban blocca le sanzioni alla Russia, indebolisce tutti. Il problema è che l’unanimità gli dà questo potere. Però è evidente che si possono introdurre condizionalità pesanti. Io resto fiducioso anche nel voto degli elettori. Se guardiamo le ultime elezioni – Francia (secondo turno delle municipali), Slovenia, Danimarca – alla fine i populisti hanno perso in tutti e tre i casi. Perché? Perché la gente si rende conto della loro ambiguità a livello europeo: stanno con Trump e Putin, mentre è Bruxelles che garantisce Stato di diritto, fondi europei e funzionamento del mercato. Trump è contro l’Europa. Sostenere Trump significa mettersi contro Europa e Italia. Bisogna dirlo chiaramente. Forse per troppo tempo si è fatto finta di nulla. Ora è evidente: bisogna difendersi dagli attacchi continui di Trump e costruire un’Europa indipendente. E vedo che qualcosa sta cambiando. Io spero anche che negli Stati Uniti, a novembre, ci sia un sussulto. Trump ha lanciato una guerra, come quella in Iran, senza avere una reale idea di come gestirla. Ho avuto l’impressione di un’improvvisazione, forse perché l’operazione in Venezuela gli era andata bene. Ma queste scelte le paghiamo noi: le imprese bresciane, con il costo dell’energia che sale; ma anche i cittadini e i consumatori. Tutto ciò che Trump sta facendo ha effetti diretti sul nostro territorio. È importante che la gente ne sia consapevole».

Il discorso del premier canadese Mark Carney a Davos ha colpito molto l’opinione pubblica: un discorso realistico che ci si sarebbe aspettati da un europeo.

«È stato un gran discorso. Però, se fosse stato fatto da un europeo, avrebbe dovuto avere una seconda parte: quella sull’integrazione europea. Il discorso di Carney ha una punta di amarezza, perché il Canada è in una posizione difficile. L’Europa non è il Canada: può integrarsi. E questa integrazione può risolvere molti problemi, perché ci rende autonomi dagli Stati Uniti, indipendenti dai cinesi, capaci di difenderci dai russi e più forti come europei. Un discorso europeo avrebbe dovuto concludersi proprio con l’integrazione».

Mark Carney, primo ministro del Canada - Foto Epa/Andy Rain © www.giornaledibrescia.it
Mark Carney, primo ministro del Canada - Foto Epa/Andy Rain © www.giornaledibrescia.it

Lei è convinto che il mondo sia cambiato definitivamente e che non si possa tornare al passato del multilateralismo?

«Su questo sospendo il giudizio. Non penso che gli americani abbiano svoltato per sempre. Se guardo a come i democratici hanno scelto gli ultimi candidati – Clinton, Biden, Harris – vedo un processo molto verticistico, di cooptazione, non dal basso. Quando invece scelgono dal basso, gli americani hanno espresso leader come Kennedy, Carter, Clinton, Obama. Io spero che le primarie democratiche producano un nuovo Obama, capace di cambiare le cose. Non credo che la maggioranza degli americani segua davvero Trump: molti lo hanno votato per paura, perché non vedevano un’alternativa forte. Il messaggio di Trump è un messaggio di paura del futuro – lo stesso slogan MAGA lo dimostra: tornare al passato. Obama, invece, rappresentava l’idea opposta: andare insieme verso il futuro. Per questo spero in una nuova leadership di quel tipo».

Sull’Italia cosa dice? La nostra politica estera in questi anni ha dovuto muoversi con cautela.

«È evidente che la situazione è complicata e che serve equilibrio. Ma serve soprattutto un’Europa comunitaria forte, capace di lavorare con gli alleati e anche di richiamarli all’ordine quando necessario. Dobbiamo stare il più possibile insieme, perché la soluzione è europea. Dobbiamo rendercene conto fino in fondo».

E quell’idea dell’Italia «pontiere»?

«Mi sembra che quel pilone sia caduto».

Un tentativo fallito?

«Direi che è caduto da tempo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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