Si sa, ogni grande impresa ha il suo imprevisto. Waterloo ebbe il fango, il Titanic l’iceberg. Il voto elettronico lombardo ebbe la pennetta Usb. Doveva essere il 22 ottobre 2017 la notte in cui 24.760 voting machine avrebbero portato la Lombardia nel futuro. Roberto Maroni aveva fissato persino l’ora dell’appuntamento con la Storia: i seggi chiudono alle 23, «alle 23.05 avremo i risultati». Cinque minuti. Poi alcune chiavette si misero di traverso e non si «fecero leggere», presidenti e scrutatori rimasero nei seggi fino a notte fonda e la grande rivoluzione elettronica scoprì una delle leggi fondamentali del progresso: puoi eliminare la matita, ma qualcosa che si inceppa si trova sempre. Era soltanto l’inizio.
Quasi nove anni dopo, il problema non è più far funzionare le voting machine. È riuscire a liberarsene. Nel frattempo hanno avuto più vite di un gatto: urne elettroniche, computer scolastici, materiale da armadio (soprattutto), strumenti per la didattica a distanza, beni «totalmente ammortizzati» e infine oggetti offerti gratuitamente a chiunque, purché fosse disposto a portarseli via.
Regione Lombardia ha persino trovato qualcuno che – sulla scia di un bando pubblico per disfarsene – si era fatto avanti sostenendo di volerne novemila tutte insieme. E, infatti, gliele ha assegnate. Ma (sorpresa): alla fine, non è venuto a prenderle. Lo hanno aspettato, gli hanno scritto, lo hanno diffidato. Gli hanno anche dato altri sette giorni di tempo. Niente. Il 3 settembre scorso persino la pubblica amministrazione – che in materia di attese non è propriamente alle prime armi – ha dichiarato quell’affidamento, mai avvenuto, decaduto. E quindi, di voting machine ne restano 8.771. Ma questa è la fine. O, conoscendo le voting machine, soltanto l’ultimo aggiornamento disponibile.
Il futuro costa quasi 50 milioni
All’inizio erano il futuro. Nell’estate del 2017 Roberto Maroni, allora governatore, prepara il referendum consultivo con cui la Lombardia chiederà ai cittadini il mandato politico per trattare con Roma ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, secondo l’articolo 116 della Costituzione. La consultazione nasce dall’intesa politica tra la maggioranza leghista e il Movimento 5 stelle, che spinge per sperimentare il voto elettronico. Niente scheda. Niente matita copiativa. Niente pile di carta da scrutinare. La Regione acquista da Smartmatic 24.760 voting machine comprensive di accessori e 1.300 audit kit per la stampa dei voti di controllo. Circa ottomila sezioni, migliaia di assistenti digitali, software, formazione, sicurezza, assistenza tecnica. È il primo esperimento italiano di voto elettronico su una scala simile.

Anche il futuro, naturalmente, presenta il conto. Nel 2017 si parla di circa 23 milioni di euro per la fornitura del sistema, cifra che comprende apparecchi, software e servizi collegati. Le stime giornalistiche portano l’intera consultazione, tra organizzazione, personale e comunicazione, attorno ai 50 milioni. Maroni respinge le accuse di spreco con un argomento destinato a seguire le macchine per buona parte della loro esistenza: non è una spesa, è un investimento. Dopo il referendum verranno riconvertite e utilizzate dalle scuole. Non devono soltanto cambiare il modo in cui la Lombardia vota. Dopo dovranno cambiare anche quello in cui studia.
«Si scrive la Storia»
Prima, però, c’è da «scrivere la Storia». La mattina del 22 ottobre le voting machine si presentano al debutto con un compito tutto sommato alla loro portata. Sullo schermo compare il quesito referendario e, sotto, tre possibilità: Sì, No, Bianca. L’elettore tocca, conferma, il voto viene registrato. Niente schede nulle. Niente croci fuori posto. Nessun presidente chiamato a stabilire se il segno lasciato dall’elettore esprima una volontà politica o un’avversione personale per la geometria. Dentro la cabina il futuro funziona. Il guaio comincia dopo, quando bisogna «tirarlo fuori».
Alle 23 chiudono i seggi. Maroni aveva promesso il risultato alle 23.05, un tempo nel quale uno scrutinio tradizionale normalmente non ha ancora deciso chi debba aprire la prima busta. Le 23.05 arrivano puntuali. I risultati no. Il problema non è tanto il voto registrato dalle macchine, quanto ciò che accade dopo. I dati devono essere riversati sulle chiavette Usb e da lì trasferiti al sistema centrale.
In alcuni seggi lo stesso Pin viene utilizzato su più voting machine e la lettura delle chiavette si blocca; in altri si scopre che le macchine erano partite in modalità test. I voti risultano comunque registrati, ma la notte diventa assai lunga. I presidenti di seggio e gli scrutatori aspettano per ore il via libera sulla corretta lettura delle Usb. Alle 3 del mattino, il conteggio è fermo attorno al 95% delle sezioni. Tanto che, il giorno dopo, Maroni deve rinviare più volte l’incontro con la stampa.
La (provvisoria) vittoria schiacciante del Sì
Il Veneto, che lo stesso giorno ha votato sull’autonomia usando la vetusta tecnologia nota come carta, nel frattempo ha già concluso lo scrutinio da ore. L’allora presidente della Lombardia difende comunque l’esperimento: «È andato tutto perfettamente» dice, spiegando subito dopo che ci sono stati problemi con circa 300 chiavette su 24mila tablet. Tutti i voti, assicurano dalla Regione, sono validi. Il risultato politico, del resto, va detto e chiarito, non è mai seriamente in discussione. Il Sì travolge il No. I dati diffusi nelle prime ore vengono progressivamente assestati e il 10 novembre (sì sì: il 10 novembre) l’Ufficio centrale per il referendum proclama il risultato ufficiale: 2.882.531 Sì, 119.420 No e 23.151 bianche. Più del 95% dei voti validamente espressi è favorevole all’autonomia.

Sembrava finita. Per mesi, invece, alcune sezioni continueranno a risultare incomplete, con il conteggio ancora indicato in corso. Ancora oggi, formalmente, si legge che «non sono da considerarsi ufficiali». Politicamente il referendum era terminato la notte del 22 ottobre. Informaticamente più di qualche seggio sembrava intenzionato a portarlo fino alla legislatura successiva. Ma almeno per le voting machine è tempo di voltare pagina.
L’avventura nelle scuole
Smartmatic le ritira, cancella la consultazione e le riconfigura. Via il referendum, dentro Ubuntu, Firefox e LibreOffice. La macchina che fino a poche settimane prima chiedeva a un adulto se volesse «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» deve adesso aiutare suo figlio a fare una ricerca di geografia.
Nel dicembre 2017 parte la sperimentazione. Un primo contingente di 1.500 apparecchi viene destinato a 57 istituti. L’operazione è prevista formalmente anche dalla Regione: dopo la riconfigurazione le macchine possono essere utilizzate come comuni dispositivi mobili e l’obiettivo dichiarato è favorire l’innovazione tecnologica nella didattica. Sembrava l’inizio della seconda vita. In parte lo è. Ma le voting machine erano state progettate per fare molto bene una cosa: mostrare tre caselle e registrare quale fosse stata toccata. Una volta promosse a computer, emergono alcuni limiti. Sono pesanti, il touchscreen non sempre entusiasma, l’autonomia è modesta e Linux richiede alle scuole qualche adattamento.

La macchina che aveva tentato di sconfiggere la scheda elettorale incontra un avversario più ostinato della chiavetta Usb: l’utente. Nel 2018 si è provato a capire che fine avessero fatto i dispositivi e anche la ricerca assume un carattere vagamente autonomista. La richiesta rimbalza tra assessorato all’Istruzione, Patrimonio e Ufficio scolastico. Un anno prima ai lombardi era stato chiesto quali competenze dovessero passare da Roma a Milano; dodici mesi più tardi non è semplicissimo stabilire quale ufficio abbia la competenza per dire dove siano finiti i tablet.
La questione arriva in Consiglio regionale. Il 7 novembre 2018 tocca all’allora assessore al Bilancio Davide Caparini presentarsi in Aula con la risposta a una domanda apparentemente semplice: che fine hanno fatto i tablet? I numeri finalmente si mettono in fila. I primi 1.500 sono stati consegnati a 57 scuole nel dicembre 2017. Nel marzo successivo, circa 16.600 apparecchi sono arrivati ad altri 521 istituti. Altri 2.500 devono ancora essere consegnati. Circa 4.500 rimangono invece nella disponibilità della Regione, anche in vista di eventuali consultazioni future. Caparini aggiorna anche il conto economico. La cifra effettiva indicata per l’acquisto scende a circa 20,8 milioni di euro dopo le contestazioni mosse da Regione al fornitore e la conseguente riduzione del prezzo. E l’assessore porta due percentuali a difesa dell’operazione: secondo il monitoraggio regionale, il 71% degli istituti utilizza le voting machine e il 62% si dichiara soddisfatto.

Poi si telefona alle scuole. Nel Bresciano le richieste risultano 74, per 2.637 apparecchi. Le esperienze non sono tutte uguali: c’è chi riesce a utilizzarli nei laboratori o quando le aule informatiche sono occupate e chi li impiega molto meno. A Pralboino il giudizio dell’allora dirigente Alessandra Ferrari è piuttosto netto: «Li usiamo poco, non hanno migliorato le nostre risorse informatiche». In qualche istituto si scopre anche che il touchscreen migliora togliendo la pellicola protettiva (Napoleone aveva sottovalutato il fango, la rivoluzione digitale lombarda, forse, la plastichina). Caparini non rinnega l’operazione. Invita anzi gli istituti a familiarizzare maggiormente con Linux e con il software libero e auspica che il voto elettronico venga utilizzato ancora. Il consigliere Pd Gian Antonio Girelli (oggi deputato) solleva però un problema curioso: se quasi tutte le macchine sono state consegnate alle scuole, cosa succederebbe se la Lombardia volesse organizzare un altro referendum elettronico? Bisognerebbe comprarne altre? Le domande restano senza risposta, come migliaia di tablet restano nei magazzini regionali.
Il riscatto con il Covid
Poi arriva il 2020 e la pandemia chiude le scuole. Gli studenti sono a casa, servono disperatamente computer. Per una volta nella loro travagliata esistenza, le ex voting machine sembrano trovarsi esattamente nel posto giusto al momento giusto. Il 25 marzo la Regione apre una manifestazione d’interesse per metterne gratuitamente a disposizione oltre quattromila attraverso scuole e associazioni. Ubuntu c’è, Firefox c’è, LibreOffice c’è. Ma webcam e microfono no. Per la didattica a distanza sono dunque quasi perfette, purché si considerino accessorie due attività come vedere e parlare con l’insegnante.
Eppure questa volta una funzione concreta la trovano davvero. Durante l’emergenza 3.600 apparecchi vengono consegnati a più di settanta istituti: permettono di navigare, scaricare materiali, scrivere, accedere alle piattaforme. Poi passa il Covid. E sembrava (di nuovo) finita. Trascorrono invece altri cinque anni. Nel frattempo l’autonomia differenziata attraversa governi, trattative, pre-intese, una legge e la Corte costituzionale. Le voting machine, con minore clamore, attraversano soprattutto il tempo. Finché il 1° agosto 2025 la politica cede il passo alla ragioneria.
Il bando per sbarazzarsene
La Giunta Fontana approva la Dgr 4862: «Determinazioni in ordine ai dispositivi elettronici utilizzati durante la consultazione referendaria regionale del 2017». Sono parecchie parole per comunicare alle voting machine che è arrivato il momento di trovarsi una sistemazione. Il 21 novembre segue il decreto 16773. Dal 26 novembre 2025 alle 12 del 9 gennaio 2026 cittadini, imprese, enti e associazioni possono presentare domanda per ricevere gratuitamente ciò che resta del grande esperimento elettronico. L’inventario ha ormai qualcosa dell’archeologia industriale: circa 9.000 Smartmatic A4-210, circa 1.200 auditing kit e circa 1.200 contenitori di plastica con coperchio.

Il passaggio del tempo si misura soprattutto nel lessico. Nel 2017 erano un «investimento».
Nel 2025 sono «totalmente ammortizzate». L’avviso specifica inoltre che vengono cedute nello stato di fatto e di diritto in cui si trovano, prive di garanzia e senza informazioni sul loro funzionamento. Come se non bastasse, il ritiro è a carico dell’interessato. Chi proprio non riesce a resistere alla tentazione può visionare un esemplare a Palazzo Lombardia, prenotandosi almeno tre giorni lavorativi prima. Otto anni prima dovevano rivoluzionare il voto e aiutare la scuola. Adesso Regione garantisce sostanzialmente che esistono.
Aspettando Godot
E finalmente arriva lui. Qualcuno ne vuole novemila. Tutte. Più 1.200 auditing kit e 1.200 contenitori. Un sogno: non cento per una scuola, non cinquanta per un’associazione, non una da conservare nel futuro museo dell’autonomia differenziata. Novemila. Dopo otto anni trascorsi a essere schernite, riconfigurate, distribuite, utilizzate, accantonate e riesumate, le voting machine hanno finalmente trovato qualcuno che le desidera esattamente come sono: vecchie, senza garanzia e in quantità industriale. Il 9 febbraio 2026, con il decreto 1538, Regione approva la graduatoria e assegna al primo classificato l’intero stock. Stavolta sembrava finita davvero.

Prima, però, devono concludersi le verifiche previste. L’8 aprile Regione comunica all’assegnatario che può procedere al ritiro. Nella domanda lui stesso aveva indicato un mese come termine massimo. Passa un mese e nessuno arriva. Il 12 maggio viene inviata una diffida formale. Il termine è scaduto: altri sette giorni per venire a prendere le macchine. Passano sette giorni e diventa ormai chiaro che l’epilogo è quello di Aspettando Godot. Ovviamente, ancora, nessuno si fa vivo. Così, il 19 maggio, scade anche la diffida. La situazione raggiunge una perfezione amministrativa difficile da migliorare: un ente pubblico insegue qualcuno per riuscire a regalargli novemila dispositivi elettronici e quello riesce comunque a seminarlo.
No: non è ancora finita
Passa l’estate. Il 3 settembre arriva il decreto 11481. Regione corregge anche due errori materiali nei punteggi della graduatoria e prende atto dell’assenza più importante: il primo classificato non ha ritirato nulla. Decadenza. Scorrimento della lista dei candidati interessati ai tablet: ne restano diciassette. Il secondo ne vuole cento, poi trenta, venticinque, venti. E via via sempre meno, fino a chi ne vuole due e a due candidati che hanno chiesto una voting machine ciascuno. Dopo quello che le voleva tutte, arrivano quelli che preferiscono cominciare con calma. In totale le richieste residue coprono 229 apparecchi. Novemila meno 229 fa 8.771. Sempre che vengano a prenderli.
A recuperare il conto e a riesumare la vicenda (parecchio impolverata) dal Burl regionale è stato, in questi giorni, il vicesindaco di Brescia Federico Manzoni, che ha riaperto la storia chiedendosi in sostanza cosa arriverà prima: l’autonomia chiesta con quel referendum o la definitiva uscita di scena delle macchine utilizzate per votarla. Dal 2017 la prima ha attraversato governi, trattative, pre-intese, una legge e la Corte costituzionale. Le seconde seggi, scuole, armadi, una pandemia, magazzini, una manifestazione d’interesse, una graduatoria, una diffida e un assegnatario che non si è presentato. E, nonostante tutto, non è ancora finita.
Nove anni fa pensavamo che il problema fosse la chiavetta Usb. Era una valutazione ottimistica.




