Quasi nove anni dopo il referendum lombardo sull’autonomia, le voting machine utilizzate per la consultazione del 2017 continuano a far parlare di sé. Questa volta non per il voto elettronico, che allora rappresentò una novità assoluta, ma per la difficoltà di trovare qualcuno disposto a ritirarle.
A riaccendere i riflettori sulla vicenda è il vicesindaco di Brescia Federico Manzoni, che sui social ha pubblicato il decreto con cui Regione Lombardia rettifica e fa scorrere la graduatoria della manifestazione d’interesse avviata per la cessione dei dispositivi elettronici.
Il punto è che il soggetto che si era fatto avanti per acquisire l’intero stock di 9mila voting machine non ha poi proceduto al ritiro nei tempi previsti ed è stato quindi dichiarato decaduto dall’assegnazione. La Regione può ora scorrere la graduatoria: gli altri 17 soggetti interessati avevano però richiesto complessivamente appena 229 apparecchi. Ammesso che tutti arrivino effettivamente a ritirarli, ne rimarrebbero dunque 8.771 ancora da collocare.
La prima volta
Quelle macchine erano state protagoniste del referendum del 2017. In provincia di Brescia il voto si svolse in 1.038 seggi, con oltre 3mila tablet messi a disposizione dalla Regione e circa un migliaio di assistenti digitali incaricati di intervenire in caso di problemi tecnici. Per la prima volta gli elettori non misero una croce su una scheda di carta, ma espressero la propria scelta direttamente sullo schermo.
Oggi, a distanza di quasi nove anni, il problema è diventato un altro: che cosa fare di almeno una parte di quelle apparecchiature. E Manzoni affida la conclusione all’ironia: «Resta da capire se si concluderà prima la stipula delle intese tra Governo nazionale e Regione per le ulteriori forme di autonomia della Lombardia o lo smaltimento dei tablet utilizzati per invocare tale autonomia».



