Politica

Starmer si arrende, si apre la corsa per il settimo premier in dieci anni

Dopo mesi di pressioni interne e il crollo dei consensi, il primo ministro lascia Downing Street: il Labour pensa alla successione, con Andy Burnham tra i favoriti
Lucio Valent

Lucio Valent

Editorialista

Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La decisione di Keir Starmer di dimettersi da Primo ministro dopo solo due anni dalla vittoria elettorale del luglio 2024 non sorprende: da giorni era sottoposto a pressioni da parte dei parlamentari laburisti, compresi molti ministri del suo governo. Venerdì scorso Starmer aveva resa nota la volontà di combattere per tenere la leadership, ma le conversazioni con i ministri, il panico nel Partito laburista, preoccupato di poter perdere malamente le prossime elezioni politiche a vantaggio del Reform Uk Party di Nigel Farage, e il tempo trascorso con la moglie Victoria nel fine settimana lo hanno convinto a mutare idea.

La decisione di Starmer è destinata a innescare la corsa tra i parlamentari laburisti a diventare il settimo Primo Ministro del Regno Unito in dieci anni, carica per la quale in prima linea è Andy Burnham, per dal 2017 al 2026 sindaco di Manchester e rieletto di recente a Westminster (dove era stato dal 2011 al 2017) avendo respinto la sfida del Reform Party nelle elezioni suppletive di Makerfield, al pari dell’ex-Ministro della Sanità, Wes Streeting. Starmer rimarrà a Downing Street fino al completamento della competizione per la leadership e per il passaggio di poteri, lasciando al suo successore il compito di affrontare le gravi sfide dell’economia britannica e di un contesto internazionale precario.

Starmer è giunto alla decisione di lasciare la carica di Primo ministro dopo mesi di pressioni sulla sua leadership, che aveva rischiato di naufragare già a febbraio quando Anas Sarwar, leader del partito in Scozia, lo aveva attaccato direttamente.

Nonostante bassi indici di gradimento personale, negli ultimi mesi Starmer sembrava aver trovato una posizione più solida grazie alla gestione della crisi mediorientale e al rifiuto di assecondare le richieste di Donald Trump di trascinare il Regno Unito in guerra con l’Iran.

Tuttavia, il gradimento verso di lui è svanito quando alcuni giornali, ad aprile, avevano rivelato che Peter Mandelson, la sua controversa scelta per il ruolo di ambasciatore britannico a Washington, era stato nominato nonostante non avesse superato i controlli di sicurezza: tale nomina si è rivelata l’ultimo di una lunga serie di errori di politici commessi che hanno avuto un forte impatto sulla sua popolarità e su quella del Partito laburista come la limitazione dei sussidi per il riscaldamento invernale e i tagli al welfare.

La disponibilità a revocare tali decisioni lo aveva poi mostrato debole e incapace dal punto di vista comunicativo, al punto che gli indici di impopolarità riscontrati durante la campagna elettorale per le elezioni suppletive di maggio erano saliti alle stelle, rendendo lo stesso Starmer il capro espiatorio della una più ampia frustrazione popolare nei confronti del sistema politico stesso.

Dopo le elezioni, rivelatesi un bagno di sangue per il partito in tutto il paese, il flebile flusso di voci di parlamentari che chiedevano a Starmer di annunciare una data di uscita si era trasformato in un flusso costante, inducendo Streeting a dare le dimissioni e il Partito a candidare Burnham nel seggio sicuro di Makerfield, mentre anche il Ministro della Difesa, John Healey ha di recente abbandonato il proprio posto, a causa dei piani di spesa militare.

L’uscita di Starmer «corona» una rovinosa caduta in disgrazia, rapidissima da quando era diventato il quarto leader laburista a vincere le elezioni, conquistando più seggi nel 2024 di chiunque altro dai tempi della schiacciante vittoria di Tony Blair nel 1997.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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