L’Europa e l’illusione della politica estera

L’Italia e l’Europa, as usual, anche in occasione della guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran, accusano la stessa irrilevanza politica di sempre. In politica estera, infatti, hanno davvero voce in capitolo solo le potenze economiche e militari. Figuriamoci poi, in questi tempi, che vedono il ritorno delle relazioni internazionali al Bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti, così ben descritto nel Leviatano da Hobbes. Sono tornate a valere qualità che proprio mancano sia all’Italia che all’Europa. Alla prima, perché non dispone della massa critica richiesta per esercitare un importante ruolo in politica estera. Alla seconda, perché la sua è una massa informe.
Il Vecchio continente non ha (ancora) saputo trasformare la sua forza economica in forza politica e militare: due qualità che costituiscono la conditio sine qua non per essere protagonisti nella vita politica internazionale.
A dire il vero, l’Europa dispone di una carta forte, solo che la sapesse giocare. Si tratta dell’essere storicamente la culla e tuttora il presidio dello stato di diritto e della democrazia, due tesori ormai dilapidati pressoché dal mondo intero, in specifico dalle grandi potenze globali: Cina, Russia e purtroppo in parte anche da Stati Uniti. È una risorsa politica certo immateriale, ma che, nel marasma del disordine mondiale autocratico, potrebbe risultare preziosa. Rappresenta, infatti, per i popoli ansiosi di riscatto un faro nel buio dominante. O meglio, rappresenterebbe, solo che fosse esercitata in modo non strumentale e con un doveroso senso della realtà.
Primo: un suo uso non strumentale. Significa che la difesa della civiltà liberale non sia esercitata in modo partigiano. Non propriamente quello che stiamo facendo. Per restare alla guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, media e partiti si sono fatti giustamente paladini dei principi democratici nel denunciare la violazione del diritto internazionale. Al contempo, però, lo tradiscono nel non adottare lo stesso atteggiamento nei confronti dell’Iran, un regime sanguinario, oppressivo dei diritti elementari, massacratore della sua popolazione, mandante e finanziatore del terrorismo internazionale.
Come si può esser credibili come apostoli della democrazia e della libertà quando si insorge contro «l’imperialismo plutocratico incarnato dagli Stati Uniti e dai loro alleati globali» (così è stato chiamato da Francesca Albanese). Ovvero, quando si individua il ritorno del nazismo negli «attacchi criminali condotti dall’asse fascio-genocidiario degli Stati Uniti e da Israele» (così Ilaria Salis), mentre si tace sui misfatti di un Iran che si propone l’eliminazione dello Stato d’Israele, negandogli la stessa legittimità ad esistere, così come non si fa parola dell’eliminazione fisica dei propri concittadini? O ancora, quando (giustamente) si animano proteste di massa per le vittime innocenti di Gaza e (colpevolmente) si tace sull’eliminazione da parte del regime di Khamenei di oppositori inermi, colpevoli solo di animare una protesta contro la repressione sanguinaria che subiscono? In poche settimane sono stati giustiziati senza processo più civili in Iran dei palestinesi falcidiati in tre anni dai bombardamenti israeliani.
Secondo: un uso ponderato del senso di realtà. Significa non lottare con i mulini a vento. Fuor di metafora, significa sì tenere ben saldi i principi, ma saperli anche commisurare di volta in volta con i processi in atto e con le forze in campo. È giusto denunciare come una violazione del diritto internazionale l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela e (con Israele) in Iran – e magari, anche contro l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina – ma non per questo va evitato di fare di tutto per mettere a frutto le opportunità create per un ritorno alla libera determinazione di un popolo sinora oppresso. La politica – diceva Mao Zedong – non è un pranzo di gala, bensì – diciamo noi – un’arte capace (talora) di costruire condizioni di vita più favorevoli per i popoli, pur essendo condannati a far leva con il legno storto dell’umanità.
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