Cronaca

Albania e Montenegro vicine all’Ue, per la Turchia ancora nessun progresso

Al Parlamento europeo la votazione sui progressi dei Paesi per l’allargamento dell’Unione
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Il Parlamento Europeo a Strasburgo - Epa
Il Parlamento Europeo a Strasburgo - Epa

La terza giornata della plenaria di giugno al Parlamento europeo per molti è stata quella dei «rimpatri dei cittadini irregolari». Ma l’Aula ha riportato al centro dell’attenzione anche l’allargamento dell’Unione europea. Tolta l’Ucraina – che merita un ragionamento a parte e che non rientrava nella discussione –, sono sette i Paesi attualmente sotto la lente d’ingrandimento. E non per tutti il quadro è positivo.

Autoritarismi

Partiamo dalle situazioni più difficili, quelle in Turchia e in Georgia. I parlamentari europei hanno adottato le due risoluzioni in cui si parla di «arretramento democratico» in entrambi gli Stati. Secondo il relatore Nacho Sanchez Amor «la Turchia continua a muoversi rapidamente verso un modello pienamente autoritario» e nel Paese si registra «un indebolimento del pluralismo democratico e dello Stato di diritto», che evidenzia il ruolo di una «magistratura strumentalizzata a fini politici».

Per il Parlamento è poi deplorevole che continui a violare i dritti sovrani degli Stati membri dell’Ue, come Grecia e Cipro. Per Ankara il processo di adesione resta quindi congelato in un binario morto – pur rimanendo un alleato Nato e un partner geopolitico strategico.

La situazione non è migliore a Tbilisi. Nel testo approvato dall'Eurocamera viene espresso il totale scetticismo verso il governo di Sogno Georgiano, accusato di portare avanti una «campagna di disinformazione antieuropeista in stile russo». La relatrice Rasa Jukneviciene ha usato parole durissime, parlando di smantellamento delle istituzioni, media indipendenti messi a tacere e un numero record di prigionieri politici, invocando poi sanzioni mirate contro i responsabili del declino democratico.

Balcani occidentali

Spostando lo sguardo sui cinque Paesi dei Balcani occidentali, la lente del Parlamento europeo restituisce invece un quadro a due velocità.

Valutazioni positive sono arrivate per Montenegro e Albania. Podgorica corre veloce: forte del via libera dell’Aula, punta a chiudere i negoziati tecnici entro l'anno prossimo per diventare ufficialmente il 28esimo Stato membro dell'Ue nel 2028. Il Parlamento ha però voluto ricordare come l'orientamento strategico pro europeo e l'indipendenza statale rimangano requisiti politici imprescindibili.

Passi da gigante anche per Tirana, che ha il desiderio di chiudere le trattative entro la fine del 2027. Ma a frenare parzialmente l'ottimismo degli eurodeputati sono le vecchie ombre della politica interna albanese: per l'Aula restano da superare la forte polarizzazione, una cultura politica fragile e la necessità di blindare le riforme contro la corruzione.

Nella regione

Sono molte di più, invece, le problematiche degli altri tre dossier della regione. A partire dalla Macedonia del Nord, dove il Parlamento ha registrato una totale mancanza di progressi rispetto all'anno scorso. Lo Stato di diritto, la riforma della giustizia e la lotta alla corruzione restano le vere sfide, e per sbloccare il primo gruppo negoziale serve un compromesso politico trasversale – tuttora assente – per approvare le necessarie modifiche costituzionali.

Non va meglio in Kosovo. Sebbene l'impegno formale verso Bruxelles sia costante, a preoccupare gli eurodeputati è una paralisi istituzionale che dura ormai da oltre un anno, impedendo la formazione di un Parlamento e di un governo pienamente funzionanti. Senza contare il nodo centrale di tutta la politica estera di Pristina: la normalizzazione dei rapporti con la Serbia e il pieno adempimento degli accordi di Bruxelles e Ohrid restano condizioni essenziali per qualsiasi ambizione europea.

Infine la Bosnia ed Erzegovina. Il Parlamento ha ribadito il proprio sostegno alla sovranità e all'integrità territoriale del Paese, ma ha lanciato un severo monito alla classe politica locale: per agganciare il treno europeo occorre mettere definitivamente la parola fine agli ostruzionismi, ai veti politici incrociati e a una retorica divisiva che continua a bloccare le riforme strutturali e civili attese da tempo.

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