I primi seggi hanno aperto alle 11 italiane nel Vermont, sulla costa orientale degli Stati Uniti. Poi, a partire da mezzogiorno, è stata la volta di Connecticut, Indiana, Kentucky, Maine, New Hampshire, New Jersey, New York e Virginia. Le operazioni proseguiranno per tutta la giornata, seguendo i diversi fusi orari americani, fino alle Hawaii. È il giorno delle midterm, le elezioni di metà mandato che potrebbero ridisegnare gli equilibri politici degli Stati Uniti e condizionare gli ultimi due anni della presidenza di Donald Trump.
Gli americani arrivano alle urne dopo una mobilitazione già significativa: a tre giorni dal voto erano già 48 milioni le persone che avevano espresso la propria preferenza grazie al voto per posta, compreso papa Leone XIV, superando il record del voto anticipato registrato nel 2022. In Texas l'affluenza anticipata è cresciuta del 75% rispetto a quattro anni prima, mentre in Kansas raddoppiata. Numeri che raccontano una partecipazione elevata, ma che da soli non dicono quale sarà il partito a trarne beneficio.
È anche il segnale di un Paese attraversato da profonde tensioni. Nell'analisi pubblicata oggi sul nostro quotidiano, Mario Del Pero, docente di Storia internazionale a Sciences Po, descrive gli Stati Uniti come un Paese diviso ed esausto, segnato da una campagna elettorale particolarmente polarizzata e da una crisi delle istituzioni democratiche. Un clima nel quale il voto assume un significato che va ben oltre il rinnovo del Parlamento.
Che cosa sono le midterm e perché contano
Negli Stati Uniti le elezioni per il Congresso si tengono ogni due anni. Quando cadono a metà del mandato quadriennale del presidente vengono chiamate midterm elections. Non servono a eleggere il capo della Casa Bianca: quest'anno sono in palio tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si vota inoltre per eleggere i governatori di 36 Stati, numerose cariche locali, dai sindaci ai giudici, e per oltre 140 referendum su temi che spaziano dal diritto all'aborto alla regolamentazione dei data center.

Ma è soprattutto il controllo del Congresso a rendere decisivo l'appuntamento. Il Parlamento americano approva le leggi federali, decide sulla spesa pubblica e svolge una funzione di controllo sull'amministrazione. Il Senato ha inoltre il compito di confermare le nomine presidenziali, comprese quelle dei giudici della Corte Suprema.
Per Trump, tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, si tratta di un passaggio particolarmente importante. Il suo nome non compare sulle schede, ma il voto rappresenta anche un giudizio politico sui primi due anni del suo secondo mandato. La Costituzione americana gli impedisce inoltre di essere eletto presidente per una terza volta.
La Camera: tutti i 435 seggi in palio
La Camera dei rappresentanti è il ramo del Congresso più direttamente legato alla popolazione. Ogni Stato elegge un numero di deputati proporzionale ai propri abitanti, con un minimo di un rappresentante. Il mandato dura due anni e, a ogni tornata elettorale, vengono rinnovati tutti i 435 seggi.
La soglia per ottenere la maggioranza assoluta è di 218 seggi. Alla vigilia del voto i repubblicani ne occupano 219, contro i 214 dei democratici, a cui si aggiungono due seggi vacanti (uno repubblicano e uno democratico).
È dunque una maggioranza molto stretta, che rende importanti anche gli spostamenti di pochi seggi da un partito all'altro.
Il risultato sarà influenzato anche dalla geografia elettorale. Negli ultimi mesi, infatti, entrambi i partiti hanno cercato di rafforzare le proprie posizioni attraverso il ridisegno dei collegi, il cosiddetto gerrymandering. Come osserva Francesco Costa, direttore de Il Post ed esperto di politica statunitense, questo meccanismo si basa sull'ipotesi che gli elettori continuino a votare secondo gli orientamenti del passato. Un'affluenza diversa dalle precedenti tornate potrebbe però modificare gli equilibri anche nei collegi considerati più sicuri.
Il Senato: 35 seggi da rinnovare
Diverso è il funzionamento del Senato, dove ogni Stato dispone di due rappresentanti, indipendentemente dalla popolazione. I senatori restano in carica sei anni e il rinnovo è scaglionato: ogni due anni viene eletta circa una terza parte dell'assemblea.
Quest'anno sono in palio 35 seggi: 33 per il rinnovo ordinario e due attraverso elezioni suppletive, in Florida e Ohio, per riassegnare i seggi lasciati liberi da Marco Rubio e JD Vance, entrambi entrati nell'amministrazione Trump nel gennaio 2025.
I repubblicani partono da 53 seggi, mentre i democratici ne hanno 45, ai quali si aggiungono due indipendenti che fanno parte del loro gruppo parlamentare. Per conquistare la maggioranza, i democratici devono ottenere un guadagno netto di almeno quattro seggi e raggiungere quota 51. Ai repubblicani, invece, ne bastano 50 per mantenere il controllo, grazie al voto decisivo del vicepresidente JD Vance in caso di parità.
Dei 35 seggi in palio, 22 sono attualmente repubblicani e 13 democratici. Ma il risultato dipenderà anche dalla capacità di ciascun partito di difendere quelli che già controlla.
La sfida si concentra soprattutto in alcuni Stati tradizionalmente repubblicani, come Texas, Alaska, Iowa e Ohio, dove i democratici cercano di conquistare seggi che fino a poco tempo fa apparivano difficilmente contendibili. Al tempo stesso devono difendere le proprie posizioni in Stati come il Michigan.
Se vincono i Democratici
Un eventuale passaggio della Camera ai democratici non comporterebbe automaticamente il blocco dell'amministrazione Trump, ma cambierebbe sensibilmente i rapporti tra Casa Bianca e Congresso.
Come ricorda Del Pero, «Trump entrerebbe nel suo ultimo biennio presidenziale pesantemente azzoppato. Con un Congresso maggiormente incline a (e capace di) riappropriarsi di molte delle proprie prerogative costituzionali, a partire da quelle relative alla guerra. Con commissioni della Camera pronte a utilizzare i poteri d’indagine di cui dispongono per avviare inchieste sui conflitti d’interesse e gli affari torbidi che hanno contraddistinto la seconda esperienza presidenziale di Trump». Se i democratici conquistassero anche il Senato, potrebbero anche ostacolare o bloccare le nomine proposte dal presidente per i vertici delle agenzie federali, le ambasciate e la magistratura, compresa un'eventuale nuova nomina alla Corte Suprema.

Storicamente, alle elezioni di midterm, il partito del presidente perde seggi al Congresso. Dal 1926 al 2022 è successo 23 volte su 26. Soltanto in tre occasioni la forza politica alla Casa Bianca è riuscita a invertire la tendenza: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush.
Il bilancio più pesante risale al 1938, quando i democratici di Roosevelt persero complessivamente 79 seggi tra Camera e Senato. Più recentemente, nel 1994, il primo voto di metà mandato di Clinton costò ai democratici 62 seggi, mentre nel 2010 il partito di Barack Obama ne perse 69. Anche Donald Trump ha già sperimentato questo meccanismo: nel 2018, durante il suo primo mandato, i repubblicani persero complessivamente 39 seggi, cedendo ai democratici il controllo della Camera. Le eccezioni sono legate a circostanze storiche particolari. Roosevelt guadagnò 18 seggi nel 1934, nel pieno del New Deal; Clinton ne conquistò quattro nel 1998, durante una fase di forte crescita economica e nel clima dello scandalo Lewinsky; George W. Bush ne ottenne dieci nel 2002, poco più di un anno dopo gli attentati dell'11 settembre.
Non sempre, però, la sconfitta si traduce in un terremoto politico. Nel 2022, con Joe Biden alla Casa Bianca, i democratici persero complessivamente otto seggi, un arretramento relativamente contenuto rispetto ad altre tornate.
Il precedente storico non permette di prevedere il risultato del 2026, ma aiuta a comprendere perché le midterm siano considerate un banco di prova particolarmente impegnativo per chi governa: dopo due anni, il presidente deve confrontarsi con il giudizio degli elettori sulle promesse della campagna elettorale e sui risultati della sua amministrazione.
Chi può votare e come funziona il sistema elettorale
Possono votare i cittadini americani che abbiano compiuto 18 anni e soddisfino i requisiti previsti dalla legge. A differenza dell'Italia, però, non esiste un sistema elettorale completamente uniforme a livello nazionale: ogni Stato stabilisce le proprie procedure di registrazione, identificazione degli elettori e modalità di voto, nel rispetto delle norme federali.
In molti Stati è possibile votare prima dell'election day, di persona oppure per posta. Milioni di americani hanno già utilizzato queste possibilità nelle settimane precedenti al 3 novembre.
Per la Camera il territorio è suddiviso in collegi uninominali: ogni distretto elegge un solo rappresentante. Anche per il Senato si vota generalmente con un sistema maggioritario, sebbene alcuni Stati prevedano regole particolari, come il voto a preferenze ordinate.
Le elezioni non sono quindi un'unica competizione nazionale, ma la somma di centinaia di sfide locali, con candidati, campagne e risultati differenti.

Quando arriveranno i risultati
Per conoscere i primi risultati bisognerà attendere la notte oggi e domani. Come di consueto, non mancheranno le maratone elettorali anche in Italia: da Bruno Vespa a Enrico Mentana a Nicola Porro, passando per le maratone notturne delle reti all news e i siti online, come Il Post.
I seggi chiuderanno progressivamente, a partire dagli Stati orientali, mentre sulla costa occidentale si continuerà a votare per diverse ore.
Le prime chiusure sono previste alla mezzanotte italiana, in Indiana e Kentucky. All'1.30 chiuderanno i seggi in North Carolina e Ohio, due degli Stati da seguire per comprendere l'andamento della competizione al Senato. Alle 2 sarà la volta, tra gli altri, di Maine, Texas e Michigan.
Come ricorda Costa, alcuni Stati sono in grado di scrutinare rapidamente buona parte dei voti, mentre altrove il conteggio delle schede postali e delle grandi città può richiedere più tempo. Non è quindi detto che il controllo delle due Camere sia definito già nella notte elettorale.
E poi?
Il nuovo Congresso, il 120° della storia americana, entrerà in carica il 3 gennaio 2027. Da quel momento si capirà se Trump potrà continuare a contare su una maggioranza repubblicana in entrambi i rami del Parlamento oppure se dovrà confrontarsi con un Congresso almeno in parte controllato dall'opposizione.
Nessuno ha ancora scoperto ufficialmente le carte, ma dopo il voto di metà mandato i riflettori si sposteranno sul toto-nomi con gennaio 2027 che segnerà l'avvio non ufficiale della corsa alla Casa Bianca. I democratici stanno scaldando i motori con l'obiettivo di voltare pagina e lasciarsi alle spalle la scottante sconfitta del 2024. I repubblicani cercano invece il dopo-Donald Trump,
colui che raccolgierà l'eredità del movimento Maga.




