«Trump è il prodotto della crisi di globalizzazione e democrazia Usa»

Come sono cambiati l’America e il mondo con Donald Trump? In molti cercano di spiegarlo, ma sicuramente merita grande attenzione l’ultimo lavoro del professor Mario Del Pero, che insegna di Storia internazionale a Sciences Po a Parigi, oltre ad essere nostro editorialista. Esce, infatti, oggi in libreria «Buio americano. Gli Stati uniti e il mondo nell’era Trump», edito da il Mulino (180 pagine, 16 euro).
Perché ha deciso di scrivere questo libro?
«Perché era inevitabile interrogarsi sulla sua figura. Ho voluto leggerlo con lo sguardo dello storico, uso come fonti primarie i post di Truth il social di Trump, i vecchi tweet. Il linguaggio che usa, la violenza, l’ostentata crudeltà, la radicalità della sua proposta politica e, soprattutto con la seconda amministrazione, delle sue politiche, ci impongono di chiederci come mai sia possibile. Trump è il primo presidente senza esperienza politica o militare. È un meteorite arrivato sugli Stati Uniti o dentro c’è una parabola, una traiettoria? Per rispondere uso gli strumenti dello storico: provo a storicizzare e contestualizzare Trump e il trumpismo. Fare lo storico, per me, non vuol dire cercare analogie o cicli della storia: non credo alle lezioni della storia, credo al cambiamento nel tempo. Il compito è capire il processo storico che porta a Trump. Cerco cause e nessi causali, di breve e lungo periodo. Molto dipende dalle trasformazioni dell’ultimo mezzo secolo: la globalizzazione, che ha arricchito certi pezzi d’America e devastato altri; la crisi del 2008, che ha fatto saltare l’equilibrio sociale garantito dai consumi a debito. Trump è il prodotto della crisi della globalizzazione, che negli Stati Uniti diventa anche crisi sociale e riattiva fratture razziali. Ho cercato di leggere Trump con lo strumento della storia, per capire che cosa ci dica dell’America contemporanea e, per riflesso, del mondo».
L’autoritarismo interno e l’imperialismo esterno sono frutto di Trump o del sistema americano?
«Trump è il prodotto di processi e dinamiche, di una doppia crisi intrecciata: la crisi della globalizzazione e la crisi della democrazia americana. La globalizzazione ha travolto molte comunità deindustrializzate, mostrando l’incapacità delle democrazie di difendere pezzi dei propri cittadini. La democrazia americana è vecchia, con una costituzione scheletrica, un sistema federale disomogeneo e squilibri enormi nella rappresentanza. La polarizzazione precede Trump. Lui è il prodotto della radicalizzazione dello scontro politico. Una volta alla Casa Bianca, è diventato agente attivo di polarizzazione, usando un linguaggio divisivo come nessun presidente prima. La polarizzazione produce radicalizzazione delle proposte e legittima l’ostruzionismo, riducendo la produttività legislativa e spingendo a governare per via esecutiva. Non è tutto colpa di Trump, ma ci sono elementi di novità: un disegno autoritario che stravolge l’equilibrio dei poteri, usa l’esecutivo per intimidire e punire avversari politici. È la prima volta che un presidente non finge neppure di voler ricomporre le divisioni. Deumanizza l’avversario, mostra crudeltà, tenta persino di abrogare un emendamento costituzionale con un ordine esecutivo. La democrazia americana, di fronte a questo, rivela le sue fragilità».
La deriva autoritaria è anche declino morale della politica americana? Si riflette sulle istituzioni?
«Sì, c’è un declino civile, visibile nell’imbarbarimento del discorso pubblico. I social lo amplificano, ma è un processo che precede Trump. Lui ne è espressione. Già prima erano saltate le etichette istituzionali, la civiltà del confronto. Le istituzioni sono deboli e delegittimate. Il Congresso è oggi l’istituzione con meno fiducia da parte degli americani: solo un cittadino su dieci vi crede. La politica e le istituzioni politiche sono impopolari. Restano popolari la piccola impresa, simbolo dell’americano che si fa da sé, e gli apparati militari e di sicurezza. Questo spiega perché il sentimento autoritario è possibile: un presidente che politicizza gli apparati securitari e promette legge e ordine trova consenso».
Politica estera. In che misura la politica neoimperiale di Trump è continuità con l’egemonia americana e in che misura è rottura?
«Ci sono elementi di continuità, ad esempio l’individuare la Cina come antagonista principale e cercare di ridurre la dipendenza dalle catene globali del valore. Una dimensione imperiale gli Stati Uniti l’hanno da tempo: le basi militari, i privilegi di extraterritorialità. Le novità sono due. Primo: il linguaggio sovranista di Trump. Promette il recupero della sovranità perduta, autosufficienza economica, invulnerabilità strategica. Cavalca le paure dell’interdipendenza. Secondo: il passaggio da un disegno egemonico consensuale, fondato sul multilateralismo e la governance globale, a un modello imperiale più ruvido. L’architettura della governance globale è stata affondata: basti pensare al WTO, nato e morto in meno di trent’anni».
Europa e Nato: come è cambiato il rapporto con l’Europa tra la prima e la seconda amministrazione Trump?
«È cambiato perché la seconda amministrazione è molto più coesa e radicale. La prima aveva figure come McMaster o Tillerson, quasi bipartisan. La seconda è pienamente trumpiana. L’Europa per Trump oscilla tra attore subalterno, facilmente assoggettabile, e nemico. Nemico perché vuole regolamentare e tassare i giganti digitali americani, perché non spende abbastanza in difesa, perché non fa abbastanza sul disaccoppiamento dalla Cina. Al tempo stesso, Europa e Stati Uniti restano profondamente integrati sul piano della sicurezza, del commercio, degli investimenti. C’è poi un’Europa sovranista, in particolare Orban, che diventa modello per la destra trumpiana e nei circoli della destra americana».
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