La politica al tempo del trumpismo: scosse globali e fragilità italiane

Non ci si può attendere soccorsi esterni: la politica nazionale, anche attraverso lo strumento regionale, va cucinata in casa propria
Giorgia Meloni e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni e Matteo Salvini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Cosa significa fare politica ai tempi della tellurica seconda presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump? Con Vladimir Putin, che vuole ricostituire la Grande Russia e incalza l’Europa? Con Benjamin Netanyahu, che intende cancellare, con la forza distruttiva dell’esercito, la prospettiva dello scenario della creazione di uno Stato di Palestina? Con la Francia di Emmanuel Macron, che non riesce a far quadrare il cerchio della sua gestione interna, mentre si atteggia a potenza mondiale? Con Friedrich Merz, alle prese con le grandi difficoltà economiche della sua Germania, che la frenano come locomotiva europea?

Donald Trump - Foto Epa / Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Epa / Ansa © www.giornaledibrescia.it

Con Giorgia Meloni, che lavora per dare struttura definita alla sua collocazione guida al governo nazionale, scansando le debolezze interne alla sua maggioranza? Con papa Leone XIV, che invoca una pace disarmata e disarmante da costruire concretamente nella quotidianità. Insomma, in un contesto che disegna una conflittualità globale, armata e commerciale, che si misura ogni volta che qualcuno prova a tracciare un rotta di non corto respiro.

Una politica che ha capovolto i capisaldi del fare comunicazione e si lancia in spericolate delegittimazioni che, una volta messe in campo, non possono essere riassorbite da successivi intenti riparatori. Lasciano le ferite aperte. La platea mondiale che assiste, allibita e sconcertata, alle parole dal sen fuggite, chiede tregue di razionalità che consentano di avviare una innovata convivenza solidale.

Tesaurizzato che la questione è generale, e ciò la rende più pericolosa e drammatica, proviamo a vedere cosa succede dentro i nostri confini. Con le prudenze di Giorgia Meloni e le intemperanze di Matteo Salvini – Antonio Tajani prova a dipingersi come indispensabile saggio –, tutti impegnati in una tornata regionale autunnale che misura la loro capacità di mettere classe dirigente territoriale alla prova del consenso dei cittadini. E qui scatta l’allarme. Si constata che il voto regionale è sempre più compresso, quindi affidato a cordate clientelari, capaci di orientare consensi minoritari che diventano decisivi per il successo dentro le urne.

Come ha fatto pure nel recente intervento al meeting di Rimini, la Meloni sceglie la strada di rassicurare chi la ascolta sulle sue attese e di non rinunciare ad indicare gli avversari ed attaccare i nemici storici. Paga il dazio di guidare un partito che è stato, fino al suo avvento, di totale minoranza e senza ruoli di compartecipazione alla gestione della cosa pubblica. Si diceva: esterno all’arco costituzionale. Ora deve inventarsi una forza che esprime intorno al 30% dei voti dati e quindi la classe dirigente che la può rappresentare.

Tenendo conto che il voto regionale tende a premiare chi governava. A meno che non si palesino fratture interne insanabili o il consenso nazionale non riesca a costituirsi in funzione di traino locale a conferma di un mandato complessivo a governare. Se è vero che lo scacchiere internazionale è altamente problematico, non ci si può attendere soccorsi esterni. La politica nazionale, anche attraverso lo strumento regionale, va cucinata in casa propria.

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