L’Islam non è un blocco unico. Dialoghiamo

Ho letto con attenzione la lettera pubblicata il 19 febbraio, nella quale un lettore esprime i propri timori legati all’Islam. Apprezzo il tono civile con cui espone i suoi dubbi: è così che si costruisce un confronto serio e rispettoso. Proprio in questa ottica credo sia utile chiarire alcuni punti che spesso vengono confusi. L’Islam non è un blocco unico, ma una tradizione religiosa vissuta da quasi due miliardi di persone in contesti sociali e giuridici molto diversi. Parlare della «Comunità musulmana» come di un soggetto compatto significa semplificare una realtà plurale: non esiste un’autorità centrale universale né un unico modo di essere musulmani. In uno Stato di diritto, inoltre, l’appartenenza religiosa è una scelta personale tutelata dalla Costituzione. Confondere fede e teocrazia significa trasformare una dimensione privata in un sospetto politico. Il timore di essere additati come «miscredenti» o «apostati» appartiene a contesti segnati da forte conservatorismo sociale nei paesi teocratici. In Italia, invece, i musulmani vivono dentro un ordinamento laico che garantisce libertà religiosa e di coscienza. La nostra Repubblica tutela il pluralismo e nessuna comunità può alterarne l’impianto al di fuori delle regole democratiche. La questione femminile va affrontata senza schemi ideologici. In alcuni Paesi a maggioranza musulmana persistono norme e pratiche discriminatorie: è un dato reale, e negarlo non aiuta. Tuttavia, queste criticità nascono dall’intreccio tra interpretazioni religiose, tradizioni culturali e assetti politici, e non consentono di ridurre tutto a un’unica e indistinta «condizione della donna nell’Islam». I contesti sono differenti, così come lo sono le esperienze delle donne musulmane, molte delle quali studiano, lavorano e si impegnano attivamente per i propri diritti. Anche il velo, pur essendo un precetto religioso, non ha un significato univoco: può essere imposizione, e in quel caso va contrastato, oppure scelta personale. La libertà si misura nella possibilità di decidere; se c’è costrizione, il problema è la costrizione. Gli episodi di violenza citati sono gravissimi e devono essere perseguiti senza esitazione, ma trasformare singoli fatti di cronaca nella definizione di un’intera religione produce una generalizzazione che non aiuta né a comprendere né a prevenire. Il dialogo non richiede ingenuità, ma precisione. Vi è la necessità di eseguire una netta distinzione tra: fede e fondamentalismo, tra diritto e costume, tra pluralità e stereotipo. La convivenza civile non si costruisce sull’allarme identitario, bensì sull’applicazione coerente delle norme e dei diritti che la nostra Costituzione garantisce tutti.
Raisa LabaranCara Raisa, qualche giorno fa abbiamo scritto come su cultura e religione possiamo mettere a fuoco gli aspetti che uniscono oppure quelli che dividono: dipende dagli «occhiali» che decidiamo di indossare. Il suo contributo è prezioso per chi sceglie le lenti della comprensione, puntualizzando assai aspetti dirimenti, quali la laicità dello Stato e il caposaldo della Costituzione, che va difesa nello «spirito», oltre che rispettata nelle norme. (g. bar.)
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