Il caso Ashkar lascia la politica bresciana sotto shock

Le reazioni dei colleghi sul caso che coinvolge l’ex consigliere in Loggia: «Siamo attoniti»
Iyas Ashkar - Foto Christian Pennocchio/Comune di Brescia
Iyas Ashkar - Foto Christian Pennocchio/Comune di Brescia
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C’è un prima e un dopo, in questa storia. E il punto di rottura arriva in modo brutale, senza preavviso. Mezz’ora prima dell’inizio del Consiglio comunale di venerdì, Iyas Ashkar rassegna le dimissioni. La motivazione è generica: «Ragioni personali». Nulla che, in quel momento, faccia immaginare ciò che emergerà poche ore dopo.

Ashkar non è un nome fra tanti: (ex) consigliere comunale, presidente della commissione Commercio, ma soprattutto una presenza importante nella vita cittadina e nell’associazionismo. Proprio per questo, quando si diffonde la notizia che è indagato dalla Procura di Milano nell’ambito di una complessa inchiesta sul presunto giro di pedopornografia online a distanza ai danni di minori, l’impatto è devastante. Non c’è ancora un processo, non c’è una sentenza: c’è un’indagine in corso. Ma lo stesso, nel frattempo, si sbriciola un punto fermo.

Dentro Palazzo Loggia, a 24 ore di distanza, la reazione non è il clamore: è lo shock. Un sentimento condiviso, che attraversa tutti. «Nessuno è pronto di fronte a notizie del genere», è la frase che torna più spesso. Anche perché tutto si è consumato in poche ore: dimissioni, indagine resa pubblica, capo d’accusa pesantissimo. Nessun tempo per capire, per parlare, per elaborare.

Confronto

Dopo la notizia – confermano i colleghi seduti in maggioranza – nessuno lo ha più incontrato. I contatti si sono ridotti a rari messaggi, inviati a un gruppo ristretto di persone. Nessun confronto diretto. Nessuna spiegazione a tu per tu. «Questo rende tutto più difficile da sostenere anche sul piano umano – conferma Raisa Labaran, compagna di banco e di lista di Ashkar –. Prima di essere un collega, era un amico: mi piacerebbe incontrarlo e guardarlo negli occhi per capire. Perché leggendo i capi d’accusa mi si è gelato il sangue. È chiaro che siamo tutti garantisti, ma non si può fingere che il reato contestato non sia gravissimo. Spero che sia innocente e se così fosse, sarebbe comunque gravissimo che un’inchiesta internazionale abbia preso un abbaglio così grosso. L’amarezza è tanta».

Lo spaesamento è palpabile, si rilegge nella modulazione della voce, nel tono, nelle pause. Perché quando una notizia così dolorosa esplode senza premesse leggibili, lascia chi resta completamente disarmato. Lo stesso disorientamento lo esprime il capogruppo della Civica, Francesco Patitucci, che sottolinea: «Non mi ha neppure avvisato delle dimissioni. Non me la sentirei proprio in questo momento di incontrarlo, sarei in difficoltà: quelli diffusi sono elementi che mi turbano troppo. Se quest’indagine si rivelerà un errore sono pronto a chiedere scusa ad Iyas, ma in questo momento non me la sento se non di condannare il tipo di reato contestato, mi sembrano informazioni troppo precise».

Attesa

In questo clima sospeso, c’è anche chi richiama con forza al rispetto delle regole fondamentali dello Stato di diritto. Andrea Curcio (Pd) lo ha scritto apertamente sui social: «L’unica cosa certa che sappiamo è che l’ex collega ha rassegnato le proprie dimissioni dal Consiglio comunale appena saputo di essere indagato e ancora prima che la notizia diventasse di pubblico dominio. A mio giudizio un atto doveroso per un politico che deve essere al di sopra di ogni sospetto, ma che in Italia è tutt’altro che scontato».

Curcio si ferma lì. Rivendica una linea netta: nessuna assoluzione preventiva, ma neppure nessuna condanna sommaria. E richiama esplicitamente l’articolo 27 della Costituzione, la presunzione di innocenza, mettendo in guardia contro quello che definisce «uno degli sport nazionali più praticati: i processi mediatici». Le sue parole intercettano un disagio reale, che serpeggia anche fuori dai riflettori. Perché le accuse contestate sono tra le più gravi immaginabili, e nessuno ne minimizza l’orrore.

Ma proprio per questo il confine tra informazione e condanna anticipata diventa sottilissimo. «Se sarà giudicato colpevole, sconterà la sua pena – scrive ancora Curcio – ma se sarà giudicato innocente avrà comunque la vita rovinata. Da un’accusa di questo tipo si resta marchiati per sempre».

È questo il punto più difficile da tenere insieme. La tutela delle vittime, che è sacrosanta. E il rispetto delle garanzie, che sono il fondamento della convivenza civile. Nel mezzo, resta il compito più scomodo: accettare che, di fronte a certe notizie, l’unica reazione sia ammettere di non essere pronti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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