Un Paese sospeso tra Oriente e Occidente, sempre più distante dall’Unione europea ma capace di ritagliarsi un ruolo centrale negli equilibri geopolitici. È la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, protagonista del primo appuntamento di «Trame di potere. Intrecci di culture, fili di geopolitica», il ciclo di incontri ospitato dal Mita nell’ambito del Festival della Pace di Brescia. Domani alle 11, al Museo Internazionale del Tappeto Antico di via Privata de Vitalis 2 bis, il giornalista ed ex docente dell’Ankara Yıldırım Beyazıt University Angelo Santagostino interverrà all’incontro «Turchia: trame tra due mondi. Europa e Turchia tra Oriente e Occidente». A introdurre sarà Wladimir Zaleski, presidente del Mita, mentre la moderazione è affidata al giornalista Paolo Bollani. Con Santagostino abbiamo cercato di capire come Ankara stia ridefinendo il proprio posto nello scenario internazionale.
Professore, per anni abbiamo considerato la Turchia un ponte tra Oriente e Occidente. È ancora così?
Per molti anni abbiamo guardato alla Turchia come un Paese molto legato all’Occidente. All’inizio degli anni Duemila, quando Erdogan arrivò al potere, Ankara avviò anche una serie di riforme per adeguarsi agli standard europei in materia di democrazia e diritti umani. Ci furono dei progressi, soprattutto fino al 2010. Poi, però, le cose sono cambiate. Oggi la Turchia guarda più a Oriente che a Occidente e sembra voler prendere sempre più le distanze dall’integrazione europea.
Perché questo allontanamento?
Perché vuole giocare un ruolo autonomo, quello di potenza regionale. Un ruolo che verrebbe inevitabilmente limitato dall’appartenenza all’Unione europea, perché dovrebbe adeguarsi e condividere molte decisioni. Ankara vuole invece essere protagonista nello scenario mediorientale e nordafricano.
Eppure la Turchia resta un Paese della Nato. Quanto è importante per la sicurezza europea?
È fondamentale. La Turchia gioca sempre un doppio ruolo: da una parte si allontana politicamente dall’Europa, dall’altra rimane un partner imprescindibile sul piano militare. Nella Nato dispone di uno degli eserciti più importanti dopo quello degli Stati Uniti e ha sviluppato un’industria della difesa molto avanzata, dai missili ai caccia, dai carri armati agli elicotteri. Un tempo riceveva soprattutto tecnologia dall’Europa, oggi è in grado anche di offrirla. Se si vuole costruire una difesa europea, non si può prescindere completamente dalla Turchia, pur non essendo uno Stato membro dell’Unione.
Come riesce Erdogan a mantenere rapporti con Paesi che spesso sono in contrasto tra loro?
È una delle sue maggiori abilità politiche. Oggi la Turchia mantiene buoni rapporti sia con Zelensky sia con Putin, dialoga con l’Iran pur essendone una concorrente, ha rapporti con l’Azerbaigian e sta cercando di normalizzare quelli con l’Armenia. È riuscita anche a costruire relazioni con le diverse componenti libiche. Anni fa la politica estera turca era ispirata all’idea di non avere nemici tra i Paesi vicini. Sembrava un obiettivo quasi impossibile, eppure Erdogan è riuscito a ottenere risultati importanti. Può essere un personaggio poco simpatico, ma è molto abile.
Anche nei rapporti con l’Unione europea Ankara sembra essere in una posizione di vantaggio, senza avvicinarsi mai davvero all’adesione.
La Turchia ha sempre avuto un rapporto privilegiato con l’Europa. È stata uno dei primi Paesi ad avere un accordo di associazione e ha un’unione doganale con l’Ue. Eppure non sempre rispetta tutti gli impegni che questi rapporti comportano. Quando si parla di doppi standard europei, bisognerebbe ricordare anche i vantaggi concessi ad Ankara. Nel frattempo il processo di adesione è sostanzialmente fermo, anche per il deterioramento degli standard democratici, gli arresti e le iniziative contro gli esponenti dell’opposizione. La distanza politica dall’Europa è diventata molto profonda.
24 yıl önce bugün bir Anadolu ihtilaline imza attık, milletimizin teveccühüne ilk kez mazhar olduğumuz 3 Kasım 2002 seçimleriyle büyük ve güçlü Türkiye’nin kapılarını araladık. AK Parti olarak biz, çeyrek asır boyunca eserlerimizle, projelerimizle, yatırımlarımızla aziz milletimizin hizmetkârı olduk; “Her Şey Türkiye İçin” diyerek durmadan, duraksamadan çalıştık. Ülkemize inşallah daha nice hizmetlerde bulunacağımız, Türkiye’yi her alanda daha ileri taşıyacağımız uzun ince bir yolda olduğumuzun da farkındayız. Allah’ın izniyle âşığı olduğumuz bu millete, sevdalısı olduğumuz bu ülkeye hizmet etmeye devam edeceğiz. @Akparti 🇹🇷
— Recep Tayyip Erdoğan (@RTErdogan) November 3, 2026
L'Europa dovrebbe quindi cambiare il proprio atteggiamento verso Ankara?
Dovrebbe innanzitutto prendere atto del ruolo che la Turchia vuole giocare e comportarsi di conseguenza. In alcuni casi avrebbe dovuto essere più pragmatica. Penso all'accordo del 2019 tra Ankara e il governo libico di Fayez al-Sarraj. In quel momento Sarraj era in difficoltà e aveva chiesto aiuto agli europei, che non erano stati disposti a fornirgli un sostegno militare adeguato. Erdoğan, invece, è intervenuto e ha ottenuto un accordo strategico. Noi europei, per voler mantenere una posizione di principio, abbiamo perso un'occasione importante. È un esempio di come il pragmatismo turco abbia prodotto risultati concreti.
Ma come si vive oggi in Turchia? Erdoğan gode ancora di un consenso così forte?
La situazione economica è stata durissima. La Turchia ha attraversato anni di inflazione elevatissima e di forte svalutazione della lira. Eppure Erdogan è riuscito a mantenere un sostegno significativo. Ha costruito un rapporto molto stretto con settori della società, soprattutto quelli più conservatori, religiosi e legati all'Anatolia. Molte persone lo sentono vicino al proprio stile di vita e alla propria concezione della società. A questo si aggiunge un apparato di potere ormai molto consolidato, che gli permette di continuare a governare nonostante le difficoltà economiche e politiche.
Quanto spazio rimane all'opposizione?
Sempre meno. Erdogan è stato molto abile nel dividere gli avversari, intervenendo anche nelle dinamiche interne del principale partito di opposizione. La magistratura e gli apparati statali hanno assunto un peso molto forte nella competizione politica. È una situazione che, dal punto di vista delle garanzie democratiche europee, presenta aspetti difficilmente concepibili. Il problema è che la Turchia si è progressivamente allontanata dal modello laico di Atatürk e ha conosciuto una crescente islamizzazione della vita politica. Un cambiamento che, a mio giudizio, ha contribuito anche all'indebolimento delle istituzioni democratiche.
Eppure, sul piano internazionale, Erdoğan sembra contribuire a mantenere alcuni equilibri regionali. Non è una contraddizione?
È una contraddizione soltanto apparente. La Turchia non si limita a osservare quello che accade nei Paesi vicini: interviene attivamente per orientarne gli sviluppi. Pensiamo alla Siria. Ankara era presente militarmente nel nord del Paese da anni e aveva sostenuto gruppi ostili ad Assad. A mio giudizio, senza un importante supporto turco sarebbe difficile spiegare la rapidità con cui le forze ribelli sono riuscite ad arrivare a Damasco. La Turchia ha quindi avuto un ruolo decisivo nel cambiamento degli equilibri siriani. Il punto è che Erdogan cerca risultati concreti, anche attraverso l'uso della forza o il sostegno a determinati attori regionali. È questa capacità di agire, più che la vicinanza ai valori europei, a renderlo oggi un interlocutore così importante




