Politica

Ilaria Salis: «Il campo largo funziona solo se guarda a sinistra»

L’intervista all’Eurodeputata di Alleanza verdi sinistra: «Stare nella stessa coalizione non significa avere una posizione identica su ogni tema»
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

Ilaria Salis - © www.giornaledibrescia.it
Ilaria Salis - © www.giornaledibrescia.it

Dalle politiche europee sull’immigrazione al tema della sicurezza, fino agli equilibri del centrosinistra e al rischio di una deriva autoritaria. Di questo abbiamo parlato con Ilaria Salis, l’europarlamentare di Alleanza verdi sinistra, che è stata a Brescia per un incontro organizzato in occasione della festa provinciale di Nave. Per Salis c’è una certezza: «La destra è battibile ma solo con proposte coraggiosamente di sinistra».

Onorevole Salis, un mese fa Parlamento europeo ha votato il nuovo regolamento sui rimpatri. Lii è a Brescia per un incontro che si intitola «egoismo o solidarietà», quale direzione sta prendendo l’Europa?

Purtroppo le priorità dell’Unione europea oggi sembrano essere due: da una parte la gestione della migrazione secondo un’ottica assolutamente disumana, finalizzata a blindare i confini europei e a deportare chiunque non sia considerato ben accetto; dall’altra la corsa al riarmo. Abbiamo quindi un’Europa che mette ai primi posti della propria agenda politica i campi di deportazione e gli armamenti.Con il nuovo regolamento sui rimpatri c’è la possibilità di deportare le persone, di trattenerle in centri anche al di fuori dell’Europa e di fare tutto ciò persino ai minorenni. Tutto questo ricorda qualcosa della storia europea: qualcosa che avremmo dovuto lasciarci alle spalle per sempre e sulle cui ceneri è nata l’Europa unita.

Quando abbiamo votato alcuni europarlamentari hanno esultato per l’esito: vedere dei rappresentanti eletti festeggiare perché è stata approvata una legge che peggiora le condizioni di vita di qualcuno è qualcosa di umanamente e politicamente inqualificabile. L’Europa sta diventando sempre più una fortezza e la migrazione non viene più affrontata come una questione economica e sociale, ma è equiparata a un attacco ibrido contro la sicurezza europea. Quando vengono chiamate in causa la sicurezza e la difesa, i diritti delle persone finiscono inevitabilmente in secondo piano. In tutto questo la solidarietà non è ravvisabile.

Noi vorremmo invece un’Europa più solidale. Se i milioni di euro spesi dall’Italia per i trattenimenti nei Cpr, i voli di rimpatrio e tutte le attività collegate fossero destinati a corsi di italiano, formazione professionale e strumenti capaci di aiutare le persone a uscire dalla marginalità, credo che vivremmo anche in città più sicure.

Ecco, la sicurezza. È un messaggio che la destra usa continuamente, trovando consenso. La sinistra come affronta il tema?

Credo che la destra parli di sicurezza in modo totalmente inadeguato, a partire dal significato stesso della parola. Sicurezza deriva dal latino sine cura, cioè «senza preoccupazioni». Per non avere preoccupazioni nella vita abbiamo bisogno innanzitutto di una casa, di un lavoro sicuro, del diritto alla salute e all’istruzione. La destra, invece, sposta continuamente il discorso su un piano repressivo. Non avendo altro da proporre, deve costruire un nemico: i migranti, gli stranieri, qualcuno dal quale difendersi. In questo modo può presentarsi come difensore della patria e dei cittadini «per bene», dopo che un governo di centrodestra non ha fatto nulla per le classi popolari. La sicurezza è un tema assolutamente legittimo. Tutti abbiamo diritto alla sicurezza e il dovere di proteggerci, soprattutto di proteggere le persone più fragili.

Ma un esempio di intervento serio è quello della Spagna, dove si è scelto di regolarizzare persone che si trovano già sul territorio nazionale. Regolarizzare le persone non è neppure una proposta rivoluzionaria: anche in Italia, fino a quindici anni fa, si prendeva atto della presenza di persone in situazione irregolare e si interveniva. In questo modo possono lavorare regolarmente, pagare le tasse e partecipare alla vita sociale. È un beneficio per tutti, perché permette loro di uscire da una marginalità che produce insicurezza prima di tutto per loro stesse, ma anche per gli altri. Oggi la principale discriminazione razziale è rappresentata dai confini. Tutto dipende dalla parte del mondo nella quale si nasce e dal passaporto che si possiede. C’è chi può viaggiare quasi ovunque e chi non può praticamente muoversi. Si finisce così per dividere gli esseri umani in persone di serie A e di serie B. È un meccanismo che dobbiamo scardinare alla radice.

Lei visita spesso i Centri di permanenza per i rimpatri. Che cosa ha trovato al loro interno?

Posso entrare nei Cpr e solitamente cerco di andarci senza preavviso, proprio per evitare le visite guidate e ottenere una fotografia il più possibile realistica della situazione. A Macomer ho incontrato due ragazzi giovanissimi. Erano arrivati due giorni prima, dopo essere sbarcati dall’Algeria sulle coste sarde. Questa è la procedura accelerata di frontiera: in due giorni viene deciso se una richiesta di protezione internazionale è legittima. Se viene respinta, la persona viene immediatamente trasferita in un Cpr e rimane detenuta in condizioni terrificanti, in attesa di capire se potrà essere rimpatriata.

Nel Cpr di Trapani, sopra i cortili, erano presenti travi alle quali erano appesi numerosi legacci. Ci è stato spiegato che erano le corde utilizzate nei tentativi di impiccagione. Questo è ciò che accade quotidianamente in quei luoghi. Bisogna poi immaginare che cosa potrebbe succedere in un centro per le deportazioni collocato in un Paese terzo, dove anche formalmente non valgono le garanzie che, almeno in teoria, dovrebbero vigere nell’Unione europea. In realtà, già nei centri europei i diritti vengono continuamente sospesi.

Lei ha vissuto direttamente la torsione autoritaria di uno Stato europeo. Quanto è importante dimostrare che un sistema come quello costruito da Viktor Orbán può essere combattuto?

Non so quanto abbia contato il mio messaggio personale. Credo però che sia fondamentale combattere contro questo tipo di torsione autoritaria. In Europa Orbán è stato in qualche modo un precursore e il principale rappresentante di una tendenza che vediamo riproporsi, o che almeno si tenta di riproporre, anche in altri Paesi. L’Italia, fortunatamente, è ancora molto distante dall’Ungheria di Orbán.

Tuttavia abbiamo visto i tentativi di Giorgia Meloni di alterare l’architettura istituzionale e l’equilibrio fra i poteri. Penso, per esempio, al maldestro tentativo di riforma della giustizia, che fortunatamente non è andato in porto. A mio parere avrebbe potuto rappresentare il primo passaggio verso l’introduzione di riforme strutturali capaci di modificare anche in Italia la divisione dei poteri. Credo che gli italiani se ne siano resi conto e abbiano detto di no. Lo hanno fatto soprattutto i giovani. È molto importante che le persone comprendano quali potrebbero essere i rischi per il futuro.

Al Parlamento europeo il Partito popolare vota talvolta con la maggioranza che sostiene Ursula von der Leyen e altre volte con le destre, con quella che Meloni ha voluto chiamare «maggioranza Giorgia»

Precisiamo subito una cosa: Giorgia Meloni non ha inventato nulla, nemmeno per quanto riguarda i centri in Albania. Si è limitata a saltare su un cavallo già in corsa. Il Patto sulla migrazione e l’asilo è stato elaborato e in larga parte approvato durante la scorsa legislatura, anche con i voti di molti esponenti appartenenti al gruppo dei Socialisti europei. Non dobbiamo dimenticarlo.

Oggi esiste una maggioranza Ursula che è soprattutto formale: la Commissione si regge su una maggioranza che va dai Verdi ai Popolari. Ma sui dossier più scomodi, come quelli riguardanti la migrazione, la riduzione dei diritti dei lavoratori e l’arretramento delle tutele ambientali, i Popolari non si fanno alcuno scrupolo a stringere accordi con l’estrema destra, fino alle formazioni nelle quali siedono Vannacci e gruppi apertamente neofascisti.

Come gruppo della Sinistra europea non abbiamo sostenuto la maggioranza Ursula. Non potevamo sostenere un’Europa neoliberista, poco attenta alla giustizia sociale e pronta a fare passi indietro sul Green Deal. Continuiamo però a osservare un pericoloso spostamento a destra del limite di ciò che viene considerato accettabile e persino pensabile.

Il Parlamento europeo ha autorizzato un’indagine sul partito Europa delle nazioni sovrane, perché i fondi pubblici non possono sostenere organizzazioni fasciste o neofasciste...

È un punto di partenza. In Europa le destre stanno acquisendo molta forza. In molti Paesi, quando non sono al governo, rappresentano il primo partito di opposizione: penso alla Germania e alla Francia. Ma il problema non riguarda soltanto l’avanzata dei sovranisti. La loro crescita sposta verso destra l’intero dibattito pubblico e rende accettabili cose che quindici o vent’anni fa sarebbero state impensabili: la corsa agli armamenti, le deportazioni e il trattenimento dei bambini. Ci troviamo a combattere dentro quello che, soltanto pochi anni fa, avremmo considerato un futuro distopico.

La destra è battibile alle prossime elezioni politiche?

Credo di sì, a condizione che abbiamo il coraggio di avanzare proposte realmente di sinistra. Il campo largo dovrebbe presentare un programma con alcuni punti molto chiari, a partire dalla redistribuzione della ricchezza. Vogliamo una tassazione più equa, capace di colpire maggiormente i grandi patrimoni, le rendite e gli enormi profitti.

Oggi il peso fiscale ricade soprattutto sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Non è giusto che un plurimilionario o un miliardario paghino, in proporzione, molte meno tasse di un lavoratore, di un insegnante o di un infermiere. Serve poi investire nella sanità pubblica, nell’istruzione, nei servizi sociali, nel welfare e nei servizi di prossimità.

È inoltre necessaria una proposta vera sull’abitare, non un piano casa farlocco come quello presentato da Meloni. La casa deve essere considerata un diritto, perché rappresenta la base di tutti gli altri diritti. Senza una casa è inutile parlare di diritti dei lavoratori, diritto alla salute o diritto all’istruzione: rimangono soltanto sulla carta e non possono essere esercitati concretamente.

Con un programma fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla casa, sulla sanità, sul welfare e sull’istruzione, credo che la destra sia battibile.

Quindi crede davvero in un campo largo che comprende posizioni molto diverse tra loro?

Credo che in questo momento sia importante definire innanzitutto un programma coraggiosamente di sinistra. È l’unico modo per riuscire a parlare alla classe lavoratrice e alle classi popolari, che rappresentano il nostro referente naturale.

Serve un programma fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla casa, sulla sanità, sul welfare e sull’istruzione, credo che la destra sia battibile. Chi concorda con questo programma può fare parte del campo largo. Chi non concorda, evidentemente, no.

Resta però una distanza evidente, per esempio sull’invio di armi all’Ucraina: voi votate contro, mentre il Partito democratico vota a favore. Si può comunque stare nella stessa coalizione?

Assolutamente sì, perché si tratta di una coalizione e non di un partito. Se fossimo un unico partito, sarebbe diverso. Anche all’interno della destra i partiti votano in maniera differente su numerosi provvedimenti. Lo vediamo anche sulla legge elettorale, sulla quale non sappiamo ancora se riusciranno a trovare una posizione comune. Stare nella stessa coalizione non significa avere una posizione identica su ogni tema. Altrimenti saremmo un unico partito.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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