Opinioni

Unione Europea, col «Return Regulation» vince il metodo Meloni

L’approvazione del Parlamento Europeo consente alla premier di fermare le azioni di contrasto che hanno finora impedito il pieno funzionamento del centro italiano in Albania
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del G7 ad Evian - Ansa/Palazzo Chigi
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione del G7 ad Evian - Ansa/Palazzo Chigi

Il Parlamento europeo ha approvato la nuova «Return Regulation» che imprime una svolta alla politica di rimpatri degli immigrati illegali o privi di titolo, seguita finora dall’Unione Europea. Di fatto è un giro di vite impresso da una maggioranza trasversale che si propone modifiche ancora più radicali.

Del resto, le leggi che si vanno approvando nella civilissima e democratica Svezia per espellere anche chi sia reso responsabile di un comportamento non necessariamente criminale ma improprio, vanno ben oltre le novità di Bruxelles. Tra le novità, anche la possibilità di istituire in paesi extra UE dei «Return Hubs» dove collocare immigrati illegali che siano destinatari di un provvedimento di rimpatrio. In pratica è il «modello Albania» voluto dal governo italiano, contrastato in patria da opposizione e magistratura, che ora si impone a livello comunitario.

È comprensibile che Giorgia Meloni se ne rallegri: per lei è una battaglia politica vinta che le consente di fermare le azioni di contrasto che hanno di fatto impedito finora il pieno funzionamento del centro italiano in Albania. Tant’è che in Italia ieri la Camera ha dato il via libera definitivo al decreto che rende più veloci i rimpatri, e ci si ripromette presto di irrigidire anche le norme sui ricongiungimenti familiari e la gestione dei minori non accompagnati.

Si è arrivati, a Montecitorio, a dare il parere favorevole del governo ad un ordine del giorno dell’estrema destra «futurista» con cui si conferisce solo alla sanità militare e delle forze dell’ordine la competenza sui certificati medici che ostacolano un respingimento o un rimpatrio (di recente si era parlato di «certificati facili» da parte dei medici di base).

Proprio quest’ultimo episodio aiuta ad analizzare ciò che sta accadendo in Europa sull’immigrazione: arretra la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, arretra persino l’idea che gli immigrati siano delle «risorse» necessarie all’economia in un’Europa che invecchia, e con qualche cautela in più ci si avvicina a quel «ti mandiamo via e basta» che proprio ieri il Papa Leone ha bollato come un «atteggiamento non cristiano». Ma tant’è.

La pressione delle opinioni pubbliche spostate sempre più a destra sta condizionando le leadership politiche il cui obiettivo è quello di non farsi scavalcare dalle frange estreme con le camicie di color nero o bruno che si vanno imponendo un po’ ovunque. È chiaro che l’immigrazione clandestina ha posto in questi anni molti problemi di integrazione e di ordine pubblico e che, anche grazie all’amplificazione fatta da social media, ha portato all’esasperazione i cittadini comuni che chiedono sicurezza e tutela in un’epoca segnata proprio dall’incertezza e dalla paura.

Sulla difficoltà di dare risposte convincenti a questi sentimenti, la sinistra europea e il pensiero progressista mainstream segnano una obiettiva sconfitta: l’anno prossimo in Europa si voterà in molti Paesi, in Italia, in Francia, in Spagna, in Polonia, in Grecia e altrove, e lì si vedrà come gli equilibri cambieranno e quali conseguenze porteranno. Il Return Regulation approvato oggi dai parlamentari europei potrebbe rivelarsi solo un’ouverture.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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