Nato: l’alleanza atlantica è in bilico tra imperialismo ed eurofobia

No, Donald Trump non ha il potere esecutivo per imporre l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica. Con una misura finalizzata a prevenire proprio questa eventualità, il Senato ha approvato nel dicembre del 2023 una legge che impone la ratifica di una simile decisione da parte di una maggioranza qualificata dei 2/3 dei senatori presenti in aula (la stessa procedura richiesta per l’approvazione dei trattati). E però sì, un pieno disimpegno statunitense svuoterebbe l’alleanza di senso e capacità operativa. Sono gli Usa che svolgono il ruolo di federatori della Nato.
Nel quadro di un compromesso fondativo – e di una relazione asimmetrica tra Usa ed Europa - i cui termini ancor oggi non sono venuti meno. In virtù del quale gli Usa garantiscono protezione e gli europei concedono a Washington privilegi semi-imperiali, accettano una significativa limitazione della loro sovranità e rinunciano di fatto ad avere una piena autonomia strategica. Se gli Usa si sfilano, pur in assenza di una loro formale uscita dalla Nato, allora le fondamenta del compromesso vengono meno e l’alleanza di fatto implode.
Come si spiega questo atteggiamento di Trump verso i partner europei e la Nato? E quanto differisce da quello dei suoi predecessori che su alcune questioni nodali – a partire dalla polemica generata dall’insufficiente contributo europeo alla difesa comune – avevano assunto posizioni non dissimili, per quanto veicolate in modo decisamente più civile? Tre risposte possono essere offerte, articolate attorno a delle utili parole chiave: imperialismo, eurofobia e – brutto ma efficace anglismo – «transazionalità».

La politica estera di Trump si connota per la sua natura imperiale. Visibile e finanche ostentata nei principali documenti strategici, a partire dalla dottrina di sicurezza nazionale del novembre scorso, così come in tanti discorsi del Presidente e dei principali membri della sua amministrazione. Entro questo schema imperiale, il compromesso transatlantico non trova posto, che gli interlocutori possono essere avversari o sudditi, ma non partner, per quanto minori. Chiedere all’Europa di contribuire a una guerra, quella con l’Iran, che essa non ha voluto e di cui è oggi vittima primaria, con l’esplosione dei prezzi dell’energia, riflette esattamente tale logica: evidenzia una concezione quasi coloniale degli alleati europei.
Alleati sistematicamente offesi e umiliati, peraltro. Con un lessico e stereotipi che rimandano a un’ostilità all’Europa – a un antieuropeismo che tracima facilmente in eurofobia – dalle matrici antiche e dalle radici profonde nella cultura politica della destra statunitense. Antieuropeismo, questo, che è tornato con forza negli ultimi anni. E che è divenuto un elemento quasi identitario – e di certo aggregante – per Trump e il mondo Maga. Insultare i partner europei galvanizza questo elettorato; offre un facile strumento con cui mobilitarlo e preservarne il sostegno.
E serve per minacciare o blandire l’Europa. Per massimizzare la pressione in un modus operandi di politica estera nel quale l’interlocuzione è sempre e solo funzionale a una transizione, a uno scambio il più possibile vantaggioso: per gli Stati Uniti e per alcuni specifici interessi, inclusi quelli di Trump e della sua famiglia. Fare la voce grossa con l’Europa anche a questo serve. A ottenere, ad esempio, che essa rinunci a politiche di regolamentazione dei giganti digitali statunitensi o modifichi le sue relazioni commerciali con la Cina.
C’è molto di antico in questo atteggiamento, si diceva. Ma c’è anche non poco di nuovo. Ché se anche altri presidenti statunitensi hanno criticato con asprezza i partner europei – e, in privato, usato epiteti molto pesanti contro di essi (come nel caso di Richard Nixon) – nessuno si è mai sognato di ricorrere alle parole e alle intimidazioni di Donald Trump. Di coltivare e alimentare una simile, greve eurofobia. E di giungere a minacciare addirittura l’uscita dalla Nato.
Mario Del Pero, docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi
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