Groenlandia: la posta in gioco non è l’Artico, ma la tenuta dell’Ue

Quella che si sta consumando in questi giorni è forse la crisi più complessa per l’Unione europea dalla sua nascita. Non perché non vi siano stati momenti critici negli ultimi settant’anni, ma perché la tensione attorno alla Groenlandia fotografa in maniera plastica la drammaticità del momento e soprattutto la posta in palio. L’alleato storico, gli Stati Uniti, oggi sembra semplicemente un avversario, addirittura più aggressivo della Cina e tanto quanto la Russia di Putin. Perché la posta in gioco non è soltanto l’Artico: è la tenuta stessa dell’Europa come soggetto politico e strategico.
Se si dovesse pensare male (e a volte nelle cose politiche lo scenario migliore tra i peggiori possibili è quello più plausibile) si potrebbe quasi arrivare ad affermare che la vicenda groenlandese, con la minaccia economica (e quella militare comunque evocata e non esclusa) di Washington a Copenaghen e agli europei, sia parte di un copione scritto con Putin o su sua sollecitazione. Perché su una cosa il presidente russo si è distinto da almeno 15 anni: nella sua ferma volontà di colpire le democrazie europee come aggregato politico e di dividerle dall’interno attraverso il sostegno a forze politiche sovraniste.
Oggi Trump, che ha sempre mostrato una certa affinità con l’inquilino del Cremlino, non solo sembra voler archiviare la Nato, ma anche picconare la Comunità atlantica, ovvero quel sistema di relazioni culturali ancor prima che istituzionali, economiche e militari che nel secondo dopoguerra hanno portato l’Atlantico settentrionale ad una dimensione potamica. Quasi uno spazio chiuso con due sponde di una stessa comunità, quella atlantica, che traeva forza anche dalle proprie diversità, ma seguiva una rotta comune.

Oggi le rotte appaiono divergenti e l’Europa, pur con la sua complessità, le sue lentezze, prova a restare fedele a se stessa. Il punto, in fondo, non è difendere la Groenlandia dalle mire trumpiane (come per altro potrebbe dover fare presto la Norvegia con le Svalbard di fronte alle crescenti mire russe). Ma l’obiettivo è difendere un ideale: quella di un mondo in cui gli alleati non si scaricano per un disegno meramente egemonico, soprattutto se i contraenti dell’alleanza sono democrazie. E ribadire che in un mondo in cui il modello democratico sembra essere messo costantemente in discussione non si può buttare tutto a mare: dal diritto al commercio internazionale, senza dimenticare il rispetto della diplomazia che oggi pare completamente deragliato con nuove strutture informali (come quella per Gaza) alla guida delle quali lo stesso Trump ha deciso di autonominarsi.
L’Europa non ha molte vie d’uscita. Come ha scritto su queste colonne, il professor Mario Del Pero, le sfide trumpiane potrebbero finalmente aiutarci a raddrizzare la schiena. A patto che lo si voglia davvero e non si preferisca stare comodamente al riparo da ogni pensiero, un po’ meno liberi, illudendosi che alla fine l’amico americano non sarà così ostile e che alla fine la Groenlandia la occuperà solo un po’ (ma nel frattempo non cercherà la pace in Ucraina). Scegliere la via dell’indipendenza europea, come ha avuto modo di dire Ursula von der Leyen, suona come una scelta ambiziosa se non irrealizzabile ma l’unica via per mantenere la nostra eccezionalità.
Ha ragione Emmanuel Macron a porsi alla guida di un minimo risveglio europeo (nella vana attesa del cancelliere Merz). Può anche essere antipatico all’italiano medio e un fastidioso nemico per le destre europee (compresa quella italiana), oltre che rappresentare politicamente un’anatra zoppa visto che fra un anno sarà sostituito all’Eliseo, ma sa che con i prepotenti del mondo bisogna agire: almeno questa lezione va presa per buona e andrebbe applicata. L’Europa ha bisogno di leader che si facciano carico del nostro futuro, che continuino a garantire il nostro stile di vita rafforzato da diritti politici e diritti civili. Leader che guidino l’Unione anche in questa fase oscura della politica internazionale in cui i Ventisette rischiano di essere stritolati dalla tenaglia geopolitica azionata da Trump e Putin.
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