Il principio europeo del «chi inquina paga» ha un problema concreto: troppo spesso, a pagare, è qualcun altro. Lo conclama ora la stessa Commissione europea. Il 16 luglio Bruxelles ha infatti pubblicato il Fitness check sul Polluter Pays Principle, la verifica più ampia su uno dei cardini del diritto ambientale dell’Unione. Settantasei atti legislativi passati al setaccio, una conclusione che nella lingua felpata delle istituzioni suona quasi come un’ammissione: il principio è applicato solo «parzialmente».
Dal Trattato ai dati
Sulla carta, la regola è elementare. L’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’Ue stabilisce che il costo dell’inquinamento non debba ricadere sulla collettività ma su chi lo produce. E per costo Bruxelles non intende soltanto filtri, depuratori o bonifiche: dentro ci dovrebbero essere anche i danni agli ecosistemi e all’economia, mentre la salute è sempre rimasta sullo sfondo. È qui che la formula comincia a perdere presa sulla realtà.
La Commissione distingue tre conti. Il primo riguarda prevenzione e controllo dell’inquinamento. Il secondo comprende amministrazione e controlli pubblici. Il terzo è il più pesante e il meno coperto: il danno ambientale. In nessun settore economico e per nessun problema ambientale esaminato Bruxelles ha trovato prove che gli inquinatori ne paghino integralmente il costo. Persino per aria e gas serra la quota incassata resta sotto la metà.
I numeri misurano lo scarto. Nell’Unione le spese per prevenire e controllare l’inquinamento sono stimate in 357 miliardi di euro l’anno; i danni ambientali valgono altre centinaia di miliardi e sono coperti solo in parte da chi li provoca. Per il solo inquinamento atmosferico industriale la stima oscilla tra 268 e 428 miliardi l’anno. Intanto i sussidi ai combustibili fossili valevano ancora 123 miliardi nel 2023.
Il cortocircuito è evidente: l’Europa chiede all’inquinatore di pagare, mentre una parte del sistema pubblico continua a sostenere attività inquinanti.
Tre casi scuola
Il punto non è teorico, e Brescia lo conosce bene. L’inchiesta cross-border (condotta da Nuri Fatolahzadeh per l’Italia, Federica Tessari per il Belgio, Luigi Simonelli per la Francia e Teresa Di Mauro), sostenuta da Journalismfund Europe, che ha messo a confronto il caso dei veleni sprigionati dalla Caffaro con la contaminazione da Pfas di 3M a Zwijndrecht, in Belgio, e con l’eredità industriale di Legré-Mante a Marsiglia mostra cosa accade quando dal principio si passa al conto.
A Brescia la contaminazione da Pcb e altri composti dell’ex Caffaro è emersa pubblicamente nel 2001. Da allora sono arrivati divieti, caratterizzazioni, commissari, fondi statali e cantieri. Le bonifiche hanno accelerato solo negli ultimi anni; i parchi pubblici sono stati completati nel maggio 2026 e a luglio è partito il cantiere dentro l’ex fabbrica. Ma una parte rilevante del costo è transitata dalla fiscalità generale (in parte da fondi comunali e in parte statali), mentre nessun residente esposto ha ricevuto né un risarcimento né una bonifica nelle aree di sua proprietà danneggiate dalla vecchia Chimica (a partire da orti e giardini). Anche il trattamento dell’acqua contaminata ha avuto negli anni un costo milionario.
In Belgio lo schema cambia, ma non del tutto. Nel 2022 3M ha raggiunto con il governo fiammingo un accordo da 571 milioni di euro per affrontare la contaminazione da Pfas attorno allo stabilimento di Zwijndrecht. Una cifra enorme. Ma quei fondi sono destinati soprattutto a risanamento e misure concordate con le autorità: non equivalgono a un sistema europeo di compensazione per chi ha vissuto dentro la contaminazione.
A Marsiglia, nell’area dell’ex fabbrica Legré-Mante, il contenzioso racconta un’altra variante della stessa storia: quando l’inquinamento è storico, le società cambiano, falliscono o passano di mano, trovare chi deve pagare diventa parte del problema.
Le lacune
Quanto dimostrato nell’inchiesta, è uno dei buchi che il Fitness check mette ora a fuoco. La direttiva europea sulla responsabilità ambientale, in vigore dal 2007, riguarda il ripristino delle risorse naturali ma non i tradizionali danni civili alle persone o alle proprietà, lasciati in campo ai singoli ordinamenti nazionali. E la sua applicazione resta limitata. Per le contaminazioni del passato, poi, il responsabile può non esistere più o non essere solvibile. Il principio più semplice del diritto ambientale europeo si trasforma così nella domanda più difficile: chi paga quando chi ha inquinato non è obbligato o non può più farlo?

Bruxelles non archivia il «chi inquina paga». Al contrario: conclude che, dove viene applicato, funziona, orienta le imprese verso tecnologie più pulite e riduce il trasferimento dei costi sulla società. Ma il Fitness check fotografa la distanza tra un principio scritto nei trattati e la sua capacità di arrivare fino all’ultimo euro del danno. È in quella distanza che entrano bilanci pubblici, bollette, territori contaminati e – soprattutto – cittadini e comunità che aspettano.
Per Brescia, Zwijndrecht e Marsiglia la questione europea sta tutta qui. Non basta individuare l’inquinatore sulla carta: bisogna riuscire a seguirne la responsabilità nel tempo e stabilire chi debba sostenere non soltanto la bonifica, ma anche il costo umano ed economico lasciato dall’inquinamento. Altrimenti «chi inquina paga» resta una buona regola con una postilla non scritta: «chi inquina paga» solo se si riesce ancora a presentargli il conto.




