Politica

L’America giudica Trump: il midterm decide il potere

In un contesto altamente polarizzato, il voto diventa primariamente (ma non esclusivamente) un referendum sul Presidente e sulla sua azione di governo
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Manca ormai un mese al voto di midterm in cui gli americani saranno chiamati a eleggere l’intera Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato, ben 36 governatori e una larga maggioranza delle assemblee legislative statali (88 su 99). Un passaggio importante, per certi aspetti cruciale. Perché definirà la rappresentanza a livello statale, potere quest’ultimo che nella dialettica del federalismo si è spesso contrapposto all’iniziativa dell’amministrazione Trump (molte delle cause accolte dalle Corti rispetto agli ordini esecutivi del Presidente sono state promosse proprio da governi statali democratici). E perché potrebbe modificare gli equilibri tra i diversi poteri: la riconquista, che appare per il momento probabile, dei democratici di almeno una Camera federale creerebbe una situazione di governo diviso e trasferirebbe anche sul piano istituzionale l’aspra contrapposizione politica di questo ultimo biennio.

Che cosa evidenzia questo ciclo elettorale, quali sono i temi che lo stanno dominando e che previsioni si possono fare sulla base dei sondaggi e di altri indicatori?

La prima riflessione è che in un contesto altamente polarizzato, i temi nazionali tendono a dominare la discussione politica e le dinamiche elettorali. Il voto diventa quindi primariamente (ma non esclusivamente) un referendum sul Presidente e sulla sua azione di governo. Quasi sempre, il primo midterm successivo all’elezione di un nuovo Presidente punisce, anche duramente, il suo partito, come accaduto in tempi recenti a Clinton (1994), Obama (2010) e allo stesso Trump (2018). Quest’ultimo è oggi molto impopolare, con un tasso di apprezzamento del suo operato significativamente più basso a quello di otto anni fa.

Secondo i sondaggi, la riconquista democratica della Camera è altamente probabile e persino il Senato – con una mappa elettorale in teoria favorevole ai repubblicani – sarebbe ora in gioco, con Stati tradizionalmente repubblicani come il Kansas o l’Iowa divenuti improvvisamente contendibili. Dei sondaggi però è lecito diffidare, non tanto per la loro imprecisione, quanto per un fisiologico margine di errore nelle loro stime che le rende talora aleatorie, laddove le sfide – in molti collegi della Camera e in alcune elezioni per il Senato – si vinceranno o perderanno per pochi punti (o decimali) percentuali.

La capacità dei repubblicani di evitare, o quantomeno contenere, una sconfitta è rafforzata inoltre da altri fattori: in alcuni Stati, lo spregiudicato ridisegno dei collegi prima del voto dovrebbe garantire al partito del Presidente tra i 5 e i 10 seggi in più; diversi grandi donatori, a partire da alcuni tecnoligarchi trumpiani, stanno mettendo sul tavolo risorse economiche monumentali nelle competizioni decisive (gli investitori Mark Andressen e Ben Horowitz, hanno speso già 120 milioni di dollari per contrastare possibili regolamentazioni dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute; Elon Musk ha a sua volta speso già 90 milioni). Pur senza il traino del voto per la Presidenza, il 2026 sarà il ciclo elettorale più costoso di sempre e i repubblicani sono destinati a spendere tra il 30 e il 40% in più dei loro avversari.

Le rilevazioni ci dicono che non dovrebbe bastare. Perché il malessere e l’insoddisfazione degli elettori sono ormai ampi e diffusi. Ad alimentarli vi sono primariamente l’inflazione e il costo della vita, come mostrano indici di fiducia dei consumatori oggi ai minimi storici dell’ultimo mezzo secolo, addirittura sotto quelli del periodo del Covid o della grande crisi del 2008. Prezzi in crescita, tassi d’interesse elevati (i mutui ipotecari trentennali sono oggi al 7/7.5% fisso, erano cinque punti più bassi solo qualche anno fa), il diesel a 6/7 dollari al gallone: le ragioni di sofferenza e di rabbia sono facili a individuare. Trump le aveva sfruttate due anni fa, ma ora paiono rivoltarglisi contro. Anche perché la strategia di orientare queste rabbia e sofferenza contro altri, in primis gli immigrati, non sembra ormai più funzionare.

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