La Lettonia sceglie la continuità sulla politica estera e sulla sicurezza, ma lo fa ridisegnando profondamente il proprio sistema politico. Lista unita, la coalizione del primo ministro Andris Kulbergs, ha vinto nettamente le elezioni parlamentari con il 35,3% dei voti e 42 dei cento seggi della Saeima. È il risultato più ampio ottenuto da una forza politica lettone dalla riconquistata indipendenza del 1991 e significa un balzo di oltre 24 punti rispetto alle elezioni del 2022, quando Lista unita si era fermata al 10,88%.
Gli esiti
Un successo tanto più significativo perché Kulbergs guida il governo soltanto dallo scorso maggio. È arrivato alla premiership dopo le dimissioni di Evika Silina, travolta politicamente anche dalle polemiche sulla lentezza con cui Riga aveva rafforzato le difese anti-drone dopo le incursioni russe nello spazio aereo lettone. Lista unita, alleanza che riunisce il Partito verde, l’Associazione delle regioni e il Partito di Liepaja, si è presentato quindi al voto come una formazione regionalista, verde e conservatrice che fino a pochi mesi fa era soltanto uno dei partner della coalizione.
Il voto del 3 ottobre ne ha cambiato la dimensione. Kulbergs ha trasformato una forza che nel 2022 disponeva di 15 deputati in un partito dominante con 42 seggi. «È un risultato molto più alto del previsto», ha commentato già nella notte elettorale davanti alle prime proiezioni, leggendo il risultato come una richiesta di cambiamento e indicando nella crescita economica e nel futuro dei giovani le priorità del prossimo governo.

Dietro Lista unita, però, emerge un Parlamento nel quale acquistano peso due formazioni populiste e filo russe. Prima la Lettonia dell’imprenditore Ainars Slesers arriva al 13,1% e conquista 17 seggi, più che raddoppiando il 6,24% raccolto quattro anni fa. Ancora più rilevante è l’ingresso di Potere sovrano, la formazione di Julija Stepanenko, che con l’11,7% ottiene 15 deputati. Critico nei confronti degli aiuti all’Ucraina e dell’aumento della spesa militare, il partito è accusato dai suoi avversari di posizioni filorusse e resta finora sottoposto al «cordone sanitario» delle altre principali forze politiche.
La geografia politica uscita dalle urne non sembra tuttavia mettere in discussione l’orientamento europeo e atlantico di Riga. Alleanza nazionale, conservatrice e fortemente attenta ai temi dell’identità lettone, ottiene l’8,9% e 10 seggi; i Progressisti, socialdemocratici e filoeuropei, il 7,8% e nove. Nuova unità, il partito dell’ex premier Silina (e dell’attuale commissario europeo Valdis Dombrovskis), sopravvive invece di poco alla soglia di sbarramento del 5% prevista dal sistema elettorale lettone: 6,3% e sette deputati. Nel 2022 aveva vinto le elezioni con il 18,97% e 26 seggi.
Nuovo scenario
È probabilmente questo il secondo dato politico del voto dopo il trionfo di Kulbergs: la fine della centralità di Nuova unità. La formazione aveva guidato quasi ininterrottamente i governi lettoni dal 2011, con le sole eccezioni del periodo 2016-2019 e degli ultimi mesi. Scandali, divisioni interne e infine la crisi del governo Silina ne avevano già provocato un forte arretramento nei sondaggi prima dell’apertura delle urne. Fuori dalla Saeima resta invece, per la prima volta in 24 anni, l’Unione dei verdi e degli agricoltori, che si è fermata a pochi decimali dalla soglia di sbarramento.
Kulbergs dispone ora di diverse possibilità per costruire una maggioranza, ma quella più lineare passa dai partner dell’area europeista e conservatrice. Lista unita, Alleanza nazionale e Nuova unità arrivano insieme a 59 deputati: otto più della maggioranza assoluta. Il risultato permette quindi al premier di evitare, se lo vorrà, un’intesa con le due formazioni populiste che insieme raccolgono quasi un quarto dell’elettorato.
Sul nuovo governo peserà soprattutto la questione della sicurezza. La Lettonia condivide il confine sia con la Russia sia con la Bielorussia ed è quindi uno degli Stati che costituiscono contemporaneamente la frontiera orientale della Nato e dell’Unione europea. Riga ha portato nel 2026 la spesa militare a circa 2 miliardi di euro, pari al 4,9% del Pil, mentre le incursioni di droni e il timore di interferenze russe hanno trasformato la difesa in uno dei temi centrali della campagna elettorale. Ma la Russia pesa sulla politica lettone anche dall’interno. Circa un quarto degli 1,89 milioni di abitanti appartiene alla minoranza russa secondo il dossier della Fondazione Robert Schuman, e negli ultimi anni Riga ha progressivamente limitato l’uso del russo nell’istruzione e nei media. È in questo segmento dell’elettorato che si misura anche il risultato di Potere sovrano, mentre una parte crescente del voto russofono sembra muoversi non soltanto sulla tradizionale frattura identitaria, ma anche sui temi economici e sociali.
Partecipazione
A rendere ancora più netto il risultato è infine il dato della partecipazione. Alle urne è andato appena il 51,8% degli aventi diritto, contro il 59,26% del 2022: l’affluenza più bassa degli ultimi 35 anni. Dentro un’astensione così alta, Kulbergs ha ottenuto una concentrazione di consenso senza precedenti nella Lettonia post-sovietica. Il Paese resta saldamente ancorato all’Unione europea, alla Nato e al sostegno all’Ucraina. Ma dalle urne esce un sistema politico diverso: con un nuovo partito dominante, il tracollo della forza che aveva governato per oltre un decennio e due formazioni populiste che insieme conquistato oltre il 24% dei consensi e 32 dei cento seggi della Saeima.




