Meloni non è stata tenera con gli avversari: «E anche oggi – ha scritto su X – la notizia del nostro declino è rimandata a domani». Tutti le dicevano, sondaggi alla mano, che Venezia era perduta, che le liti alla Fenice su Venezi, e poi quelle alla Biennale tra Giuli e Buttafuoco, sarebbero state devastanti per il voto in Laguna.
Rivolgo i miei auguri di buon lavoro ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) May 25, 2026
Avranno il compito di accompagnare le proprie comunità nei prossimi anni, affrontando sfide molto importanti.
In bocca al lupo a tutti.
P.S. E anche oggi, il tanto annunciato crollo del…
Neanche per idea: a Venezia, Mestre e Marghera ha vinto al primo turno il braccio destro del sindaco uscente Brugnaro, un assessore evidentemente stimato e conosciuto. L’antagonista di sinistra si è fermato a quindici punti di distanza con grande delusione di Elly Schlein e Andrea Orlando che lo avevano scelto. Benché c’è da dire che il Pd può consolarsi con un 21% di voti mentre il M5S, che aveva anche candidato un dirigente dell’Olp, piange sul suo triste 3%. La conquista della Serenissima doveva essere la seconda tappa del cammino del Campo Largo verso la vittoria alle Politiche del 2027: dopo il referendum, le Amministrative. Una strada lastricata di illusioni. Almeno per ora.
Ma nello stesso tempo, Meloni che satireggia sulle avverse previsioni altrui deve nutrire una certa insicurezza che questo turno amministrativo non ha sicuramente diradato, nonostante ci sia stata la vittoria a Reggio Calabria e altri buoni risultati in giro per l’Italia (per i quali però si faranno i conti finale ai ballottaggi).
Nel suo piccolo, Vigevano ha lanciato un segnale inquietante per la premier, per Tajani e per Salvini: la destra di Vannacci in città ha toccato il 14 per cento e adesso giocherà da ago della bilancia nel ballottaggio comunale tra centrodestra e sinistra. Esattamente quello che spera il generale per le Politiche; esattamente quello che non si augura Meloni la quale sa bene che, con Vannacci in coalizione, Forza Italia – su spinta di Marina Berlusconi – prenderebbe il largo verso un ipotetico «centro» e la Lega certo non starebbe zitta, visto che l’autore del «Mondo al contrario» intende saccheggiare proprio i patrimoni elettorali del suo ex partito, quel Carroccio che ieri ha anche perso Cene, il paese in provincia di Bergamo che fu il primo ad essere conquistato da Umberto Bossi del bel tempo che fu.
Però in generale, è stato un voto soprattutto locale esageratamente caricato di significati nazionali. Lo dimostra l’exploit di Vincenzo De Luca che inaugura il suo quinto mandato da sindaco contro tutti e contro tutto con un tonante 60 per cento e un programma bellicoso: «Salerno sarà la Montecarlo del Tirreno!». Tornerà ad essere lo «sceriffo» della sua città con il Pd e il M5S all’opposizione. Ha fatto tutto da solo, il voto è personale e locale, ha asfaltato i partiti che gli impedivano il passo.
All’indomani di questo turno amministrativo, dunque il sistema dei partiti resta con tutte le incertezze e le paure della vigilia. E sempre più si materializza il fantasma del pareggio nel 2027, quello in cui chi avrà un tesoretto personale di voti (Vannacci? Calenda?) potrà giocare da arbitro. Anche su questi incubi si giocherà adesso la partita della riforma elettorale. Si dice che il tema non interessi agli Italiani impegnati a far quadrare i conti di casa. Sarà anche vero, ma è la legge elettorale che partorisce la classe dirigente che ci governa.




