A un certo punto, mentre il Consiglio comunale discute se togliere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, Benito Mussolini non interessa quasi più a nessuno. In compenso sono già arrivati Stalin, il Pci, i Gulag, Sergio Ramelli, i centri sociali, le Brigate rosse e una risoluzione del Parlamento europeo. Centodue anni di storia non erano evidentemente sufficienti: per revocare un’onorificenza concessa nel 1924, l’Aula di Palazzo Loggia ha deciso di convocare anche buona parte del resto del Novecento.
E dire che fino a quel momento era stato uno di quei rarissimi Consigli comunali in cui maggioranza e opposizione sembravano essersi dimenticate il mestiere di maggioranza e opposizione. Voti condivisi, convergenze, perfino una certa concordia. Poi arriva Mussolini e l’armonia finisce lì. Risultato: 17 favorevoli, quelli del centrosinistra, 9 astenuti del centrodestra, nessun contrario. Ed è proprio l’assenza di contrari a raccontare meglio la seduta.
La domanda
Andrea Curcio (Pd), autore della mozione depositata il 28 ottobre 2024, parte dal 24 maggio 1924: il telegramma arrivato in Comune, l’ordine del governo, il commissario prefettizio Antonio Zanon che amministrava Brescia dopo lo scioglimento degli organi democraticamente eletti. Poi Matteotti, le leggi razziali, la guerra. La domanda, rispetto alla ricostruzione, è quasi elementare: può il capo del fascismo figurare ancora tra le persone che Brescia considera degne di un’onorificenza? Per Curcio no. E, a ben ascoltare, nemmeno per l’opposizione.
I regimi
Eppure, da qui in avanti, la faccenda si complica. Il centrodestra presenta due emendamenti illustrati dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Mattia Margaroli. Il secondo richiama la risoluzione del Parlamento europeo del 2019 e mette in fila la condanna dei totalitarismi: fascismo, nazismo e comunismo. Margaroli allarga subito il campo alle violenze politiche, contesta la lettura della maggioranza, tira dentro Sergio Ramelli e insiste sulle responsabilità storiche della sinistra. Il tono sale. «Cos’è che vi mette in difficoltà?», arriverà a chiedere dai banchi dell’opposizione. «Forse perché certe ideologie, certi regimi vi piacciono e non volete dirlo?».
Apriti cielo. Roberto Omodei, capogruppo dem, premette che, «se non vogliamo chiamarli deliri quali sono», ha comunque sentito «cose che sono andate completamente fuori da ogni senso». Il problema, sostiene, è mettere sullo stesso piano il comunismo italiano, protagonista della Resistenza e della costruzione repubblicana, e i regimi totalitari. Marco Fenaroli aveva già ricordato il ruolo del Pci nella Costituente e nella risposta democratica alle stragi. Il comunismo, insomma, è ormai entrato stabilmente nella mozione che non ne parlava.

A ruota Valentina Gastaldi (Bs Attiva) sente la necessità di aprire un piccolo bigino di storia contemporanea a beneficio dell’altra metà dell’Aula: «Siccome continuate a fare questa parificazione tra fascismo e comunismo», scandisce, dedica una trentina di secondi alle differenze: il fascismo come «regime identificato con la dittatura», il comunismo come «movimento lungo 150 anni, declinato anche in esperienze democratiche». Cita i comunisti nella Resistenza, nella Costituzione e nella Repubblica. La lezione termina con un giudizio piuttosto netto: «Gli emendamenti sono un errore dal punto di vista storico e politico». Ormai del destinatario originario della mozione si parla quasi per interposta persona. In compenso il Novecento è al completo.
Le ideologie
Massimo Tacconi prova a mettere ordine alla maniera leghista: «Sono antifascista – scandisce –. Togliere la cittadinanza è giusto», ma considera «una follia non inserire la condanna di tutti i totalitarismi». Dopo Mussolini e Stalin mancava solo il federalismo. Tacconi provvede: la Lega «non è fascista né comunista, né di destra né di sinistra»; se qualcuno gli porta il federalismo, precisa, «lo prendo da qualsiasi parte». La sintesi lo porta ad annunciare l’astensione, perché «la maggioranza è contro il fascismo, ma non è contro il comunismo». La revoca è ormai diventata una questione di reciprocità della memoria: noi votiamo la vostra condanna del fascismo se voi votate la nostra dei totalitarismi comunisti. Il centrosinistra rifiuta lo scambio perché considera il secondo tema estraneo al primo. E così l’unanimità naufraga esattamente nel punto in cui tutti sostengono di volerla.
Nel frattempo a unirsi alle rievocazioni è anche Sergio Ramelli. Francesco Catalano (Al lavoro con Bs) contesta la scelta del Broletto di intitolargli uno spazio per la sua militanza nel Fronte della Gioventù; dai banchi opposti la reazione è furibonda: «Un ragazzo ucciso a 18 anni non può essere un morto di parte». Da lì agli anni di piombo, alle violenze dell’estrema sinistra e ai centri sociali il passo è breve: a quel punto, nella grande comparazione storica dei totalitarismi, trova posto anche il gazebo («è violenza pure devastare un gazebo» scandisce Tacconi; «beh, non pari a uccidere» ribattono dal centrosinistra). Il Consiglio attraversa mezzo secolo mentre la pratica amministrativa del 1924 aspetta pazientemente il suo turno. I due emendamenti cadono: 9 sì, 16 no.
Massimiliano Battagliola (Bs Civica), per spiegare perché non voterà la revoca pur dichiarandosi «realmente antifascista», chiama in soccorso Karl Marx: la storia si presenta la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. In un dibattito che da oltre un’ora cerca di stabilire quanto comunismo possa entrare nella condanna del fascismo, la citazione ha almeno il pregio di essere perfettamente ambientata. A quel punto Curcio prova a riportare tutti alla pratica. «Dove stanno comunismo, fascismo e nazismo? – domanda leggendo il dispositivo –. Da nessuna parte: c’è scritto solo che Brescia revoca la cittadinanza onoraria concessa nel 1924».
In due ore

E quando l’opposizione lamenta di non essere stata coinvolta nel percorso, perde insieme la pazienza e il bon ton. La mozione, ricorda, è depositata dal 28 ottobre 2024: «Due anni, consiglieri, due anni!». Se davvero si voleva trovare un accordo, aggiunge, bastava «alzare il telefono, visto che chiamate spesso per delle quisquilie» (sì, «quisquilie» è una licenza poetica, il termine letterale era più ruspante).
Curcio torna poi alla domanda dalla quale, parecchio Novecento prima, era cominciato tutto: «Pensate che Mussolini debba avere la cittadinanza onoraria? È tutto qua». Non era «tutto qua», evidentemente. Il centrosinistra vota sì, il centrodestra si astiene. Nessuno vota perché l’onorificenza venga conservata: centodue anni dopo Brescia la cancella. Ma sono servite due ore per decidere qualcosa che, sulla carta, nessuno contestava. Il resto del tempo è servito a stabilire cos’altro bisognasse condannare insieme. Il Duce esce dall’albo d’onore. Il Novecento, invece, resta saldamente seduto in Consiglio comunale.




