La prima serata della rassegna 2026 di incontri di «Montagne al Cinema» che si svolge a Darfo ha accolto come ospite l’alpinista padovano Stefano Ragazzo. La giovane guida alpina alterna la sua attività sportiva personale e professionale soprattutto tra il gruppo del Monte Bianco e le Dolomiti, ma non disdegna spedizioni fuori Europa dove ha realizzato prestigiose salite, anche in solitaria, tra le montagne del Pakistan, Alaska, Nepal, Stati Uniti e Patagonia.
Nel corso dell’incontro svoltosi a Darfo, che ha riscosso ampia partecipazione di pubblico, Stefano Ragazzo ha offerto ai presenti la proiezione di «Eternal Solo», pluripremiato documentario che racconta la sua grande prima ascensione in solitaria della via Eternal Flame sulla Nameless Tower (6251m), nella catena del Trango Tower in Pakistan. La serata ha trovato completamento mediante la proiezione di altre fotografie che illustrano la sua poliedrica attività, tra le quali anche quelle che hanno mostrato il primo concatenamento di Great Trango Tower, Little Trango Tower e Nameless Tower realizzato in nove giorni in cordata con la fidanzata Silvia Loreggian nello scorso mese di luglio.

Ragazzo ha ricordato che è affezionato alle montagne dei gruppi dell’Adamello, del Cevedale e della Presanella che ha frequentato nei miei primi anni di lavoro come guida alpina, e poi grazie all’amicizia con l’alpinista di Esine Leo Gheza. Le sue risposte ad alcune domande consentono di inquadrare ancora meglio la figura dell’alpinista padovano. Montagne al Cinema prosegue incontrando il 22 ottobre l’alpinista Filip Babicz, e il 29 ottobre la guida alpina Federica Mingolla.
Stefano, sei nato in Veneto a due passi dalle Dolomiti e oggi risiedi a Chamonix ai piedi del Monte Bianco. Cosa unifica e in cosa si differenzia l’attività alpinistica in queste zone?
Le Dolomiti sono state la mia scuola. È lì che ho imparato ad arrampicare e dove ho costruito gran parte della mia esperienza sulla roccia. Chamonix invece mi ha aperto a un alpinismo diverso: ghiaccio, misto, grandi dislivelli, condizioni che cambiano velocemente e una dimensione più complessa della montagna. Ma la differenza che sento di più non riguarda tanto le montagne quanto quello che succede a valle. Chamonix è un paese di montagna estremamente multiculturale, dove convivono comunità di alpinisti e scalatori provenienti da tutto il mondo. Ti senti parte di qualcosa. Puoi camminare per strada con una corda nello zaino e nessuno ti guarda come se stessi facendo qualcosa di strano: lì l’alpinismo fa ancora parte della vita quotidiana. Vivendo nelle Dolomiti, invece, ho avuto a volte la sensazione opposta. Le montagne sono sempre più importanti economicamente, tra turismo, rifugi, impianti e professioni legate alla montagna, ma paradossalmente mi sembra che in alcune valli si stiano indebolendo proprio le comunità di alpinisti, scalatori e sciatori che vivono la montagna prima di tutto per passione. È una contraddizione che mi colpisce: la montagna genera sempre più economia, ma non necessariamente più cultura alpinistica. Quello che unisce questi luoghi, invece, è ciò che continuo a cercare nell’alpinismo: la possibilità di adattarsi ad ambienti diversi. Non ho mai voluto essere soltanto un arrampicatore o soltanto un alpinista d’alta quota. Le Dolomiti e il Monte Bianco mi hanno dato strumenti diversi che oggi cerco di mettere insieme sulle grandi montagne del mondo.

I cambiamenti climatici stanno imponendo nuovi approcci alla montagna e all’alpinismo. Hai qualche esempio da portare?
Vivendo a Chamonix è qualcosa che vedo direttamente. Non parliamo più soltanto di ghiacciai che arretrano: stanno cambiando i periodi in cui determinate salite sono percorribili. Vie che tradizionalmente erano considerate estive oggi possono avere condizioni migliori in primavera, mentre altre rimangono praticabili per finestre sempre più brevi. Questo ci obbliga a essere molto più flessibili e a osservare la montagna più che il calendario. Ma non riguarda più soltanto le Alpi. Quest’estate, dopo il nostro Trango Link-up in Karakorum, una grande frana ha investito la zona del campo base, danneggiandolo. Non posso attribuire un singolo evento al cambiamento climatico, ma è un altro segnale di quanto sia necessario interrogarsi sulla stabilità e sulle condizioni anche sulle grandi montagne himalayane. Non escludo che già dai prossimi anni alcuni obiettivi in Himalaya e Karakorum debbano essere ripensati anche nel periodo dell’anno in cui vengono affrontati. Per l’alpinismo significa imparare a ragionare sempre meno per stagioni prestabilite e sempre più per condizioni reali.



