Volonterosi e non: sull’Iran l’Europa va in ordine sparso

Come scrive il presidente Antonio Costa, nel Consiglio europeo (di oggi e domani) «ci occuperemo del difficile contesto geopolitico e della risposta che l’Europa intende darvi. Il conflitto in Iran e in Medio Oriente pone gravi sfide per l'Ue. Dobbiamo discutere della nostra risposta, compreso il contributo dell'Europa all’allentamento delle tensioni e alla pace nella regione, nonché alla libertà di navigazione».
Emergerà una linea comune? Sinora la risposta europea non è riuscita ad andare oltre il «gruppo dei volonterosi», detto anche E4, formato da tre membri dell’Ue, Francia, Germania, e Italia, nonché da un ex: il Regno Unito. Iniziativa con lo sguardo rivolto al dopoguerra, a come gestire le conseguenze del conflitto. Si ipotizza una missione, a guida europea, quindi staccata dagli Usa, per garantire la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, tramite scorte navali militari e sminamento delle acque. In sostanza, una forza europea di sicurezza. Nell’E4 vi sono, tuttavia, visioni diverse. Macron è il paladino della «puissance européenne», completamente autonoma rispetto agli Usa. Starmer non si spinge oltre una limitata autonomia, mantiene un approccio atlantista.
Rispetto ai recenti attacchi di Trump, incassa, evita lo scontro, conserva il tipico aplomb britannico. Merz combina l’europeismo di Macron e l’atlantismo di Starmer, con il risultato di diluire entrambi; la missione a guida europea la vorrebbe, ma con un mandato Nato. La premier Meloni si colloca in una posizione intermedia tra Macron e Merz. Guarda a un’autonomia strategica con venature atlantiste, mentre si è espressa chiaramente a favore di una missione con l’impiego di nostri dragamine. Sin qui con l’E4. Le differenze vi sono, ma limitate.
A livello di Ue, tuttavia, si ampliano. Il più distante dalle posizioni dell’E4 è il premier spagnolo Sanchez. Assolutamente contrario a missioni militari europee, a meno di un (improbabile se non impossibile) mandato Onu. Irlanda, Portogallo, Belgio sono vicini alla linea Sanchez. Ciò mentre sia la Polonia sia i Baltici sostengono in modo netto gli Stati Uniti e Israele.
In questo scenario così variegato è difficile aspettarsi una linea comune significativa. Per intenderci: una concreta iniziativa europea di peace-keeping non è in vista. Le conclusioni del Consiglio europeo non andranno oltre gli oramai ritriti inviti alla de-escalation. Alzi la mano chi si ritenga soddisfatto.
Certamente non la alzerà Trump. Ma di ciò non possiamo certo sorprenderci, e meno dispiacerci. Vi è tuttavia una mancata alzata di mano della quale non potremo andare fieri, anzi dovremmo vergognarcene. È quella del popolo iraniano. Ne ha portato la voce, nel cuore della democrazia europea, l’Europarlamento, Maryam Rajavi, leader del Movimento di resistenza iraniano. Non si è limitata a denunciare i crimini del regime degli Ayatollah o a ricordarci come quel regime mai abbandonerà il progetto nucleare; neppure si è accontentata di dirci come una pace durevole possa essere raggiunta solo rovesciando quella dittatura religiosa.
Ci ha sferzato: se l’Europa vuole svolgere un ruolo efficace nel promuovere la pace e la democrazia in Medio Oriente – parole tanto ricorrenti nei nostri buoni propositi – allora «deve porre fine alla sua politica di accomodamento nei confronti del regime e schierarsi al fianco della resistenza organizzata iraniana per sostenere l'instaurazione di una repubblica democratica, il silenzio dei leader dell’Unione europea è ingiustificabile».
Insomma, ci ha chiamati a sostenere la resistenza iraniana nella sua lotta per il regime-change. Il silenzio dei leader dell’Ue continuerà, neppure Maryam Rajavi, in tutta probabilità, riscuoterà la solidarietà di quanti si riconoscono nelle resistenze anti questo o quel regime, del presente o del passato. O, forse, la voce di Maryam muoverà le quiete acque del nostro torpore?
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