Bruxelles fa la conta e l’Italia sta con l’Unione europea

Si doveva discutere di «One Market, one Europe» al vertice europeo che si apre oggi a Bruxelles: brusco contrordine, la discussione sul progetto di riforma del mercato unico è rimandata a data da destinarsi, c’è qualcosa di molto più urgente sul tappeto per i leader europei: la guerra, anzi le guerre scatenate da Trump e Netanyahu e prima di loro da Putin.
Guerre alle porte di casa nostra che gli europei subiscono sotto tutti i profili, non solo della sicurezza ma anche dell’economia e dell’energia. Un attacco all’Iran su cui Trump non solo non ha consultato, ma nemmeno informato gli europei e per il quale adesso imperiosamente e minacciosamente ne chiede l’aiuto per liberare lo stretto di Hormuz. Gli è stato detto di no con molta chiarezza da parte di tutti. Anche da parte nostra, anche Giorgia Meloni non lo ha certo proclamato ma non per questo si è dissociata dal rifiuto degli altri paesi Ue.
E proprio questa riconosciuta necessità di coordinamento la presidente del Consiglio ha rivendicato in Parlamento l’altro giorno quando ha detto e ripetuto che noi non siamo in guerra e non vogliamo entrarci. La guerra è di Trump e di Netanyahu. È un passo molto importante per Giorgia Meloni che non si è fatta lusingare dai pelosissimi complimenti («Giorgia c’è sempre quando si tratta di aiutare») che Trump le ha rivolto proprio mentre Merz e Starmer gli stavano rifiutando le cannoniere a Hormuz.
Del resto, basta anche un calcolo politico di solare evidenza: siamo a tre giorni dal referendum, un governo che desse via libera ad una azione che ci porta in guerra sarebbe fatalmente punito dalle urne. E comunque siamo certi che non sia questo calcolo di bottega ad ispirare la linea molto responsabile scelta dal governo. Certo Meloni non ha usato le parole di Sanchez (che tuttavia sull’uso delle basi americane sul territorio spagnolo fa esattamente quello che facciamo noi, ossia come tutti rispetta i trattati degli Anni ’50) e non abbiamo pubblicizzato oltre misura il fatto che le nostre missioni di pace in Kuwait, a Erbil in Iraq, a Baghdad sono state ridotte a livello di pura rappresentanza e che i soldati per la gran parte stanno rientrando.

Contemporaneamente però l’Italia invia, insieme agli altri partner europei, una nave militare a difesa di Cipro, il Paese membro dell’Ue che si è visto minacciato da vicino dai missili iraniani. Insomma, come ha tenuto a precisare il presidente Mattarella in occasione della festa dell’Unità d’Italia noi rifiutiamo le «tentazioni egemoniche» e manteniamo «il nostro saldo riferimento alle Nazioni Unite», l’organismo che Trump tanto disprezza. Parole simili a quelle pronunciate da Meloni in Parlamento: «Stiamo vivendo una crisi del diritto internazionale che ci mette di fronte opzioni tutte negative».
Insomma, per tirare le conclusioni: il Governo italiano in questi ultimi passaggi ha mostrato di voler scegliere l’unità europea anche a costo di opporre dei rifiuti a Trump. Forse Meloni non ha ancora del tutto abbandonato il suo ambizioso progetto di essere il «pontiere» tra l’Europa e il bizzoso e imprevedibile imperatore di Washington ma di sicuro ne ha intravisto tutti i pericoli, gli imbarazzi, i vicoli ciechi che tale ruolo comporterebbe. Potremo pur dire un giorno che Trump passa e l’Europa resta, no?
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