Con il no dell’Europa agli Usa l’Alleanza Atlantica vacilla

Chiede aiuto all’Europa, Donald Trump. Minacciando serie conseguenze per l’Alleanza Atlantica se questo aiuto – in forma di diretto impegno europeo nel garantire lo sminamento e l’apertura dello Stretto di Hormuz – non dovesse arrivare. Richiesta per il momento rigettata al mittente.
Perché di tutto l’Europa ha bisogno meno che di essere trascinata in un conflitto che non ha causato, cercato o voluto. È in una certa misura ironica, la richiesta del Presidente statunitense. Da quando è entrato in politica, e in modo ancor più accentuato in questa sua seconda esperienza presidenziale, ha reiteratamente attaccato e minacciato i partner europei degli Stati Uniti.
Alleati ingrati, avidi e opportunisti, secondo Trump. Beneficiari sia dell’onerosa protezione garantita loro da Washington sia dell’accesso a un mercato aperto e vorace come quello statunitense; ma indisposti a fare la loro parte, tanto sul versante della sicurezza quanto nel reciprocare l’apertura economica statunitense e, anzi, intenti a cercare di regolamentare e finanche sanzionare i giganti digitali americani che operano sul Vecchio Continente.
Alleati però deboli, vulnerabili e in ultimo subalterni, entro quella che rimane una relazione assai sbilanciata e asimmetrica, ritiene Trump. E quindi partner dipendenti dagli Usa, facilmente piegabili alle volontà statunitensi, siano esse la richiesta di spendere di più in difesa, di subire passivamente dei dazi o di rinunciare alle proprie politiche in materia di economia digitale. Anche questo spiega l’imperativa richiesta di Trump di dispiegare le dragamine di cui i Paesi europei dispongono per rimettere in sicurezza, e riaprire, Hormuz.
Il fermo diniego europeo è facile da spiegare. Vi è il rischio, se non la certezza, che ciò li trascinerebbe nel conflitto, esponendoli a rappresaglie iraniane che si possono estendere anche ad azioni terroristiche sul loro suolo. E vi è – sottotraccia ma evidente – l’auspicio che la mancata realizzazione dei piani d’Israele e Stati Uniti possa indurre i secondi a dichiarare una sorta di vittoria e porre termine alla guerra. Facilitando così un graduale rientro dalla crisi e il contenimento di effetti globali, a partire dalla crescita del prezzo dell’energia, molto acuti ma che in quel caso sarebbero solo temporanei.
Non è una guerra dell’Europa, si diceva, questa. Ma è una guerra di cui l’Europa è una delle principali vittime, vista la sua dipendenza energetica già duramente colpita dal conflitto ucraino. Entrarvi – ragionano le principali cancellerie europee – vorrebbe dire solo peggiorare la situazione ed esporre ancor di più un Vecchio Continente che rivela ancora una volta tutta la sua strutturale vulnerabilità.
La domanda, inevitabile, è come reagirà Trump. La sua richiesta riflette una patente debolezza ed evidenzia quanto azzardato e improvvido sia stato l’attacco all’Iran. Ci dice però anche molto di come considera i partner europei e l’Alleanza Atlantica: soggetti a sovranità limitata, alle dipendenze degli Stati Uniti, e pertanto facilmente ricattabili. Il che, in parte, è vero, come tutta la diplomazia euro-statunitense dell’ultimo anno ha evidenziato.
Di leve per cercare di fare male all’Europa, gli Usa continuano ad averne diverse e Trump pare più che disposto a farne uso. Molto, se non tutto, dipenderà ovviamente dall’evoluzione del conflitto. Il cui protrarsi pare avvantaggiare l’Iran, e che mette però in difficoltà l’Europa, costretta una volta di più a dovere gestire sia i costi della guerra che le pressioni di Trump.
Mario Del Pero - Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi
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