Opinioni

Usa, commessa miliardaria per la guerra dei sottomarini

Nella sfida con la Cina Washington ora corre ai ripari, puntando su quello che da sempre è la punta di lancia del suo dominio oceanico
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Un sottomarino classe Virginia
Un sottomarino classe Virginia

L’attenzione concentrata sui teatri del Medio Oriente e dell’Ucraina non mette in secondo piano nei disegni dei pianificatori strategici quella che sarà l’area decisiva nella competizione geopolitica mondiale dei prossimi trent’anni, ovvero il teatro indo-pacifico. Il confronto tra Stati Uniti e Cina si giocherà a tutto campo, con la parte cyber, satellitare ed economica a recitare ruoli sempre crescenti: ma la sfida principale sarà soprattutto quella per il dominio degli oceani.

La US Navy manteneva sino a poco tempo fa una supremazia quasi assoluta nei settori navali sopra e sotto la superficie, ma negli ultimi dieci anni la Cina ha accelerato in modo impressionante il varo di nuove unità, comprese portaerei, navi per operazioni anfibie e incrociatori lanciamissili. Tanto che la parità, almeno numerica, con la marina a stelle e strisce (molti dei cui vascelli hanno ormai decenni di servizio sulle spalle) sarà raggiunta già a cavallo del 2030: non va trascurato il fatto che ai cinesi difetta l’esperienza bellica, che è invece patrimonio del know how statunitense, ma Pechino ha intensificato da tempo esercitazioni complesse in aree di tensione (a cominciare da Taiwan), dimostrando crescente padronanza dello strumento militare marittimo.

La Cina gode della invidiabile (ovviamente in senso strategico) possibilità di preordinare accuratamente le pianificazioni, senza rischi di intoppi burocratici, politici, industriali e tanto meno sindacali. Washington deve invece superare non poche difficoltà di tal genere e la crisi della sua cantieristica (ormai lontana dalle capacità dimostrate durante l’amministrazione Reagan, quando l’obiettivo era disporre di una flotta di 600 navi) si è accentuata specie dopo la pandemia di Covid 19. La conseguente impennata inflazionistica e la carenza di manodopera specializzata, dovuta all’ondata di pensionamenti per la crisi sanitaria, hanno inoltre costretto i grandi cantieri ad aumentare le retribuzioni per competere con l'industria «civile», in una spirale vorticosa di crescita di costi.

Washington ora corre ai ripari, puntando su quello che da sempre è la punta di lancia del suo dominio oceanico, ovvero la guerra sottomarina: il Pentagono ha infatti annunciato poco più di un mese fa la firma di un contratto record di 76,6 miliardi di dollari (67 miliardi di euro, praticamente il doppio dell’intero bilancio annuale della Difesa italiano) coi colossi industriali General Dynamics Electric Boat (GDEB) e Huntington Ingalls Industries-Newport News Shipbuilding (HII-NNS).

Di questi, oltre 42 miliardi serviranno a costruire nove SSN (Sottomarini d’attacco a propulsione nucleare) della classe Virginia di ultima generazione (Block VI) e a impostarne un decimo esemplare. Con 29,5 miliardi viene invece finanziata la costruzione di cinque nuovi SSBN (sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare) della classe Columbia (versione Build II). I 5 miliardi rimanenti serviranno a potenziare la necessaria cantieristica.

Gli SSBN Columbia (armati con 16 missili balistici intercontinentali Trident D5 con testate nucleari multiple e lanciasiluri da 533 mm) sono previsti in 12 esemplari, lunghi 170 m, con un dislocamento di 20.800 tonnellate: i più grandi sottomarini mai costruiti dagli Usa. Ma il vero punto di forza per il dominio dei mari sono gli SSN Virginia (115 m, 8.000 tonnellate, armati di siluri e missili da crociera Tomahawk) detti anche hunter-killer: ce ne sono operativi 26 e altri 23 sono in costruzione o contrattualizzati, conseguendo così l’obiettivo strategico, annunciato anni fa, di avere in servizio 50 SSN per il dominio della dimensione subacquea.

Sin qui il programma: resta da vedere se la cantieristica Usa, che negli ultimi anni non ha dato prove brillantissime, reggerà il ritmo richiesto, che dovrebbe passare a due battelli all’anno, ma solo dal 2030. Va considerato poi anche il fatto che Washington si è impegnata (con Biden) nel programma AUKUS (acronimo di Australia, Regno Unito e Usa) che prevede, tra l’altro, di dotare di sottomarini nucleari anche l’Australia, paese in cui, però, una cantieristica di questo livello è in gran parte ancora da creare. In quest’ambito alcuni Virginia saranno dal 2027 assegnati a rotazione agli australiani per acquisire know how e formare gli equipaggi: ma è facile prevedere che i nuovi SSN dei «canguri» non saranno operativi almeno prima di un decennio.

La competizione mondiale deve dunque scrivere ancora non pochi capitoli: ma le incognite restano molte e i rischi ad esse connessi ancora di più. Un grande gioco spietato da cui il consesso internazionale sembra incapace di uscire, affidando alla deterrenza un ruolo delicatissimo di equilibratore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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