Opinioni

La ferocia: urge uscire dalla malvagia violenza sulle donne

Spesso si cerca la causa nella gelosia dei maschi e nell’incapacità di accettare il rifiuto: non è una lettura sbagliata perché sappiamo quanto sia diffuso l’analfabetismo sentimentale nelle generazioni di maschi cresciuti con l’idea del potere e del possesso
Un cartello contro la violenza machista
Un cartello contro la violenza machista

Quando ti capita di leggere dalle cronache la storia drammatica di Lorena Isceri, 45 anni picchiata, segregata, legata in auto dall’ex compagno che poi la scaraventa viva da un viadotto, ti ritrovi dentro lo spazio dell’orrore per l’aumento della ferocia umana. Le tante domande sul perché si sviluppa questa inaudita crudeltà alla conclusione di una relazione amorosa, fanno spesso dire spesso che è la gelosia dei maschi e l’incapacità di accettare il rifiuto e l’abbandono. Non è una lettura sbagliata perché sappiamo quanto sia diffuso l’analfabetismo sentimentale nelle generazioni di maschi cresciuti con l’idea del potere e del possesso, senza strumenti di autocontrollo e senza educazione sessuo-affettiva e alle relazioni. Ti chiedi se oltre alla gelosia come sentimento prevalente nei femminicidi non vi sia solo l’abbandono, il tradimento, la ferita narcisistica da elaborare.

Alcune ricerche recenti mettono in evidenza un «bisogno psicologico di significato sociale». Che è un sentirsi importanti per qualcuno che ha dato attenzione e cure. Nelle relazioni amorose, quelle esclusive e unica fonte di gratificazione affettiva, l’abbandono spesso è esperienze che ri-attiva sentimenti di umiliazione e fallimento.

Altri studi puntano alla comprensione di quei «legami traumatici» basati sul terrore e sulla manipolazione, sul potere e sull’imprevedibilità che tengono insieme relazioni disturbate «tra la vittima e chi la maltratta, soprattutto quando la violenza si alterna a momenti di tenerezza, pentimento, fragilità e apparente normalità» e dove il maltrattante, con un doloroso ribaltamento, trasferisce alla compagna la responsabilità della propria sofferenza: «Se mi lasci, mi rovini»; «Se mi denunci, perdo tutto»; «Senza di te non posso vivere»; come scrive Maria Teresa Fenoglio in una bella riflessione nella rivista «La porta di vetro».

Non si vuole trovare giustificazioni alla violenza dei maschi, ma si intende cercare di capire perché solo il 10,5 % delle donne vittime di abuso denuncia il partner (dati Istat 2025), e la sua possessività è scambiata per passione amorosa. Sapere come mai le vittime si preoccupano del persecutore, serve a riconoscere il pericolo di feroci ritorsioni dei maschi dominanti e le paure diffuse che alimentano l’illusione di un cambiamento o di un incontro di chiarimento, spesso invece fatale.

Urge piuttosto aiutare le giovani donne a riconoscere le relazioni romantiche autentiche e non controllanti, che non isolano, così come serve sostenere i maschi nella gestione della sessualità e degli affetti e sappiano contare su adulti maturi capaci di spiegare loro che non sono i «maschi forti quelli che dominano le passioni e proteggono le donne».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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