Umberto Bossi, il «barbaro» che scosse la prima Repubblica

Il «Senatùr» è stato interprete di umori profondi nel ventre del Paese, di molte delle contraddizioni irrisolte che tuttora segnano il nostro presente
Umberto Bossi in uno scatto del 2003 - Foto Ansa/Danilo Schiavella © www.giornaledibrescia.it
Umberto Bossi in uno scatto del 2003 - Foto Ansa/Danilo Schiavella © www.giornaledibrescia.it
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A distanza dalla scomparsa, dalle emozioni del momento è più agevole formulare un giudizio equanime quanto ad una figura come quella di Umberto Bossi, l’artefice della Lega, la formazione politica nata dalle sue intuizioni e oggi guidata, attraverso progressive metamorfosi – dal localismo nordista al nazionalsovranismo populista – da Matteo Salvini.

Anzitutto va rimarcata l’anomalia rappresentata dal personaggio agli sgoccioli della prima Repubblica, quella dei partiti che cede il passo a quella dell’antipolitica. Ebbene Bossi contribuisce da protagonista a decretare la fine del sistema scaturito all’indomani del secondo conflitto mondiale: un «barbaro selvatico» dal linguaggio effrattivo – lo sdoganamento di una espressività estranea al politically correct – l’estraneità ai salotti buoni, un costume, nello stesso modo di vestire – la canotta –, da popolano che rivendica orgogliosamente la propria identità popolare, rifuggendo da quella che Norbert Elias chiama «la civiltà delle buone maniere».

Poi il fiuto politico istintivo e la definizione di una agenda incentrata su parole d’ordine di immediata efficacia ed agibilità: la questione settentrionale evocata per affermare il primato del Nord, l’autonomismo declinato in chiave federalista, la rivolta fiscale contro «Roma ladrona», la denuncia dell’elefantiasi burocratica, l’attacco frontale alla casta e alla partitocrazia, la rivolta contro «l’invasione extracomunitaria».

E ancora: l’esaltazione delle culture del luogo in nome della riscoperta di un’identità da preservare, la valorizzazione della piccola e media impresa dei produttori. In parallelo una narrazione in cui campeggiano miti trascinanti: al centro la terra natia, la Padania colonizzata, da sottrarre allo Stato accentratore come territorio della diversità etnica, culturale, antropologica rispetto all’Italia «parassitaria» dei meridionali. Una Padania come terra della laboriosità industriosa, della concretezza del fare , contrapposta alla fumosità degli intellettuali borghesi.

  • Umberto Bossi, la vita del Senatùr in una serie di foto
    Umberto Bossi, la vita del Senatùr in una serie di foto - © www.giornaledibrescia.it
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Una «invenzione» che si accompagna alla religione neopagana del «Dio Pò», con le sue liturgie, una religione senza Chiesa e senza i «vescovoni», che comunque si confà ad un «partito di civiltà cristiana», della Croce, ma senza il crocifisso e che celebra il suo rito di confermazione a Pontida, là dove il capo si presenta al suo «popolo verde» come protagonista di una politica missionaria investita da una funzione redentiva. Insomma il «Senatùr» come nuovo Alberto da Giussano con la spada vindice sguainata.

La parabola di Bossi lo vede assurgere ad uno dei padri della seconda Repubblica, della quale non ha rinnegato la continuità con la tradizione antifascista e le matrici democratiche pur alterandone in alcuni casi le componenti etiche – i pronunciamenti a sfondo razzista contro i «negher» e i «giargianes» – o inseguendo la disunità del Paese – il Parlamento del Nord, la secessione – o contrastando il disegno volto ad affermare l’appartenenza al sistema liberal-democratico europeo.

Ha comunque preso un abbaglio chi ha confinato Umberto Bossi nella dimensione del folklore – per taluni una sorta di Paneroni della politica, il ciarlatano della «terra non gira o bestie» – o gli ha imputato di avere trasformato la politica in una sorta di commedia dell’Arte. In realtà il Senatùr è stato interprete di umori profondi presenti nel ventre del Paese, di molte delle contraddizioni irrisolte che tuttora segnano il nostro presente.

Un leader perché indiscutibile l’autenticità della sua passione politica e perché riconoscibile, senza maschera, il progetto perseguito che ha fatto della Lega nel contempo un partito di lotta e di governo: ora contrastando Berlusconi quando ha inteso ridurlo a forza subalterna, ora collaborando col Cavaliere in modo competitivo, ora assecondandolo lealmente nelle sue mire di supremazia al fine di raggiungere gli obiettivi scritti nelle sue mozioni originarie. Poi l’ictus del 2004, una tenacia mai dismessa, le vicende giudiziarie, la progressiva emarginazione in un festival di ipocrisie che non gli sono state risparmiate, fino alla smobilitazione della Lega bossiana da parte di Salvini con l’abbandono dell’indipendentismo e l’adozione in economia di una linea protezionista allineata alle tendenze dominanti del campo sovranista.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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