Opinioni

Turchia, nelle sorti del Chp lo specchio dell’autoritarismo

In vista delle elezioni del 2028 Erdogan da un lato sembra volersi scegliere il candidato dell’opposizione, dall’altro quell’opposizione la sta svuotando delle migliori energie
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Ozgur Ozel durante un comizio - Foto Epa/Necati Savas © www.giornaledibrescia.it
Ozgur Ozel durante un comizio - Foto Epa/Necati Savas © www.giornaledibrescia.it

Nel mondo d’oggi, le democrazie liberali non se la passano alla meglio. La tendenza verso il ridursi delle libertà politiche è globale. Per Freedom House, lo scorso anno, è stato il ventesimo consecutivo di deterioramento della libertà globale. «In 54 Paesi i diritti politici e le libertà civili sono peggiorati, mentre solo 35 hanno registrato miglioramenti». Ed ancora: «Nel 2005 il 46% della popolazione mondiale viveva in Paesi "free", oggi soltanto il 21». Non va meglio alla pace. Secondo il Global Peace Index 2026: «Il mondo è diventato meno pacifico per il sesto anno consecutivo, mentre la pace globale è peggiorata in 13 degli ultimi 17 anni».

Come si colloca la Turchia in questa tendenza? Quando Recep Erdogan ascese al potere nel 2002, la Turchia riscuoteva 60-62 punti dei 100 messi in palio da Freedom. Oggi quei punti si sono ridotti alla metà. Il peace index, dopo un miglioramento tra il 2002 e il 2012, è in continuo deterioramento. Oggi il Paese occupa il 136° posto.

Gli eventi dell’ultimo mese potrebbero apportare ulteriori tagli al primo computo nell’immediato e al secondo in una più lunga prospettiva. Il tutto ruota attorno alla maggior forza di opposizione, il Partito repubblicano popolare (Chp). Tre anni fa, dal suo congresso era uscito eletto un nuovo presidente, Ozgur Ozel, ponendo termine alla leadership di Kemal Kilicdaroglu, durata oltre un decennio.

Verso fine maggio, la Corte d’appello di Ankara ha annullato quelle decisioni, e reintegrato Kilicdaroglu, motivando la sentenza con irregolarità nel voto dei delegati. Un ricorso, è vero, presentato, almeno formalmente, da alcuni di questi. Annullati anche gli organi di partito creati successivamente. I sostenitori di Ozel sono stati sgombrati, a forza dalla polizia, dalla sede centrale del Chp di Ankara, senza che peraltro vi fossero implicazioni di ordine pubblico. Tutto ciò con il beneplacito del ministro della Giustizia, Aking Gurlek, secondo il quale la sentenza «rinforza la fiducia dei cittadini nella democrazia».

Vi siano o no stati «ispiratori» dei delegati dissenzienti, due cose sono certe. Primo, l’interferenza della magistratura nelle scelte interne di un partito. Parliamo di una magistratura affatto indipendente dal potere politico. Secondo, e qui è rinvenibile il nocciolo della questione, le dichiarazioni del leader reintegrato. Non ha risposto a quanti gli chiedevano se, per caso, non vedesse in quella sentenza un pericolo per la democrazia. Di fatto si è allineato con le accuse di corruzione portate avanti nei due anni passati – ossia dalle ultime elezioni amministrative vinte proprio dal Chp – dal governo, dal partito di maggioranza (Giustizia e Sviluppo, e la Giustizia a quanto pare l’amministra), nonché da tanti tribunali nei confronti del Chp.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan - Foto Epa/Necati Savas © www.giornaledibrescia.it
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan - Foto Epa/Necati Savas © www.giornaledibrescia.it

L’atto più clamoroso è stato l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, ma la stessa sorte è toccata a tanti altri sindaci e amministratori locali del Chp. Kilicdaroglu ha infatti parlato di necessità di ripulire il partito dai corrotti, abbandonando – in tal modo – Imamoglu e tanti altri malcapitati allo loro sorte. Inoltre, ha chiesto l’espulsione di Ozel e dei suoi seguaci dal partito. Insomma, un repulisti totale.

La Turchia andrà a elezioni politiche e presidenziali nel 2028. Erdogan, dopo due mandati, a lettera della Costituzione, non potrebbe ripresentarsi. Potrebbe riformarla, oppure andare a elezioni anticipate. La seconda è per lui la via più facile, addirittura allettante per la crisi in cui si ritrova, o meglio ha fatto ritrovare, il solo partito in grado di batterlo nelle urne. Insomma, da un lato sembra volersi scegliere il candidato dell’opposizione, dall’altro quell’opposizione la sta svuotando delle migliori energie.

La politologia descrive la Turchia come un sistema di «autoritarismo competitivo». Il passo verso l’autoritarismo non competitivo sembra prossimo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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