Opinioni

Il commercio internazionale non traina più la crescita

Dopo decenni di espansione della globalizzazione, gli scambi mondiali rallentano per ragioni strutturali e per le nuove tensioni geopolitiche tra grandi potenze
Angelo Santagostino

Angelo Santagostino

Editorialista

Una distesa di container
Una distesa di container

In un passo del discorso per il premio Carlo Magno, Mario Draghi ha detto qualcosa di nuovo circa il contributo alla crescita del commercio internazionale: «L’Europa può ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest’ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro Pil ammonterebbe a meno dello 0,5 per cento». Non ha citato le fonti, forse per non citare sé stesso. Detto questo, è bene spiegare il perché si sta verificando il rallentarsi di tanto motore della crescita, non solo europea, ma globale.

Mario Draghi dopo aver ricevuto il Karlspreis ad Aachen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Mario Draghi dopo aver ricevuto il Karlspreis ad Aachen - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nella seconda metà del XX secolo e nel primo decennio del XXI il commercio internazionale, prima in gran parte Nord-Nord, per poi allargarsi al Sud nella fase d’oro della globalizzazione (ora la rimpiangiamo, ma in quell’epoca erano tanti ad avversarla) è effettivamente stato il grande animatore della crescita economica. Nel 1950 rappresentava il 10 per cento del Pil globale, nel 2008 (picco pre-grande recessione) il 61. Sei volte tanto. Poi il declino sino al 56 per cento del 2019, rimasto costante sino al 2024 (ultimo dato disponibile).

Nello stesso periodo il rapporto tra i tassi di crescita di queste due variabili si contrae da 3 a 1. Sino alla grande recessione, a un punto percentuale di crescita del Pil ne corrispondevano tre per il commercio, da quegli anni in poi a uno è corrisposto uno. Il commercio ha effettivamente smesso di trainare la crescita globale.

Il motivo non va tanto ricercato nella recessione 2008-2015, ma in un fattore strutturale. Ossia, l’implacabile legge dei rendimenti marginali decrescenti, vale pure per il commercio internazionale. Nelle fasi iniziali di un processo di liberalizzazione degli scambi, quando dazi, quote e altre restrizioni vengono ridotte drasticamente, la loro crescita è impetuosa. Poi, riduci, riduci, e più ci si avvicina allo zero, i successivi incrementi degli scambi sono via via minori.

Ma non è tutto, la globalizzazione non è stata solo liberalizzazione, ma entrata di nuove economie sulla scena mondiale, i Brics, per fare l’esempio più calzante. Queste economie (meno per quella russa) sono ora saldamente inserite negli scambi, di conseguenza anche il loro impatto va contraendosi. In sintesi, i benefici delle aperture commerciali hanno raggiunto un tetto. Un tetto, sia detto per inciso, da mantenere. In altre parole, quanto visto non è un argomento a sostegno del protezionismo.

La prorompente crescita del commercio internazionale, oltre liberalizzazioni e sviluppi tecnologici, è stata resa possibile dal sistema multilaterale (Gatt-Wto). Quando questo è entrato in crisi, fine XX secolo, ha trovato un rimedio di second best negli accordi bilaterali e dal mantenersi di relazioni geopolitiche rilassate tra le grandi potenze. In questo clima l’Ue si è ritagliata un ruolo di «potenza normativa», attraverso accordi bilaterali ha dettato gli standard globali della produzione esportabile.

Ora, e qui veniamo al fattore «incidentale», prima Putin, poi Trump e, di riflesso, Xi Jinping si sono dati daffare per sconvolgere il sistema di regole multilaterali, mentre le relazioni tra le tre grandi potenze oscillano tra collusione e collisione, con una forte crescita dell’incertezza per gli attori economici. È mutato il clima nel quale gli accordi bilaterali possono dispiegare i loro miglior effetti. Ossia, se il sistema multilaterale entra in una grave crisi, come è la situazione attuale, allora gli effetti degli accordi bilaterali si contraggono. Questa è la logica economica sottesa allo 0,5 per cento sciorinato da Draghi. Di qui le sue raccomandazioni per completare il mercato unico. Come sempre, e senza concessioni al protezionismo, la nostra prosperità sta nella casa europea.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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