«Siete entrati in guerra con la Russia. State vigili, il sonno tranquillo è finito», è il sinistro avvertimento pervenutoci dal vicepresidente russo Dmitry Medvedev dopo le reazioni dei leader dei paesi europei, dell’Ue e della Nato al drone russo piombato sul tetto di un edificio della rumena Galati, poco distante dal confine ucraino.
Le parole di Medvedev sono ben più di una minaccia. Sono un’escalation nell’escalation.
Ci sono stati dei precedenti. Detriti di droni e missili caduti in Romania o in Polonia. Incursioni di aerei russi nello spazio aereo dei paesi Baltici. Ma per la prima volta il territorio di un membro dell’Ue e della Nato viene colpito. In più, altro drone russo si è abbattuto su una nave turca nel Mar Nero. Il presidente Erdogan, forse in quanto impegnato a celebrare il 573° anniversario della conquista di Costantinopoli, non ha commentato, mentre il suo ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ne ha approfittato per lanciare un avvertimento, in primis diretto all’opposizione per «astenersi da qualsiasi azione che possa portare a un’escalation incontrollata della guerra nella regione». Insomma, nessun osi aprir bocca. Cosa leghi il Sultano allo Zar lo sappiamo. Entrambi guardano a un passato imperiale da far rivivere. Agendo di conseguenza.
Con noi, appassionati della democrazia liberale, Putin non ha terreno comune, nessuna convergenza su cui contare. Ben lungi dal tentare un qualche minimo accomodamento, il suo vice ha calcato la mano. Ci ha dato il suo «benvenuti» nella guerra da loro portata in Ucraina. Guarda a noi come a dei nemici. Tanto da avvertirci, bontà sua, sul tenerci allerta. A tanto ancora non eravamo giunti. Non illudiamoci si tratti di una boutade o di una cupa provocazione. È una ben controllata spirale volta a far crescere la tensione. Sin dove? Forse non è un azzardo pensare sino a un casus belli.
Analisti militari britannici e tedeschi indicano come la Russia, entro il 2030, potrebbe essere nelle condizioni di attaccare l’Europa, partendo dai Baltici, o dal ventre più molle dei Balcani orientali (Moldavia, Romania, appunto…) o dalla caucasica Georgia. Una Russia riarmata dopo la guerra in Ucraina porterebbe la sua sfida al fianco orientale della Nato. Al di là del punto di attacco, quanto tali analisi cercano di valutare è la capacità della Russia di dotarsi di tale potenziale offensivo. Puri esercizi? No. I britannici stanno prendendo la cosa molto sul serio. Solo pochi giorni fa, loro soldati, nei pressi di Londra, sono stati impiegati in una esercitazione di guerra a difesa dell’Estonia, vittima di una aggressione russa nel 2030. Sempre negli scorsi giorni e sempre a Londra, Starmer e Tusk hanno firmato un accordo militare britannico-polacco, volto a coordinare le politiche di difesa.
Da noi la preoccupazione governativa è conciliare un maggior impegno sulla difesa con quelli su sanità, istruzione, energia, eccetera, eccetera, come dire non vi toglieremo nulla. Lodevole. Dall’altra parte si punta sulla difesa europea, come dire, non vi costerà nulla. Lodevolissimo. Reperimento delle risorse a parte in entrambi i casi… Forse bisognerebbe cominciare da altro punto: la libertà ha un prezzo. Ottanta e qualche anno in più fa ne pagarono, i nostri padri e nonni, uno altissimo. Poi arrivò il buon zio Tom. Per decenni si accollò le spese per la difesa, a tutela della nostra libertà, ma dandoci l’illusione fosse gratuita. Infine, zio Donald, per nulla buono, ci ha presentato il conto. Fare come chi scappa dal ristorante non ci salverà. Tutto ha un prezzo, se paghiamo, quel pranzo lo gusteremo di più. Non un pranzo qualunque, un pranzo chiamato libertà.



