Trump, Teheran e l’uso strumentale della verità

Il fatto che il regime teocratico di Teheran si fondi su un sistema repressivo può suscitare pochi dubbi. Secondo stime di Amnesty International, autrice di un report annuale su «Condanne a morte ed esecuzioni» nel mondo, l’Iran è da tempo tra i Paesi con il più alto numero di applicazioni della pena capitale in rapporto alla popolazione.
Gli studi documentano centinaia di impiccagioni, spesso a seguito di processi privi di garanzie adeguate e di confessioni estorte mediante tortura. Anche Human Rights Watch, organizzazione non governativa che dal 1978 monitora le violazioni dei diritti umani su scala globale, segnala l’impiego sistematico delle esecuzioni per reati che vanno oltre i «most serious crimes» previsti dal Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite, che stabilisce criteri restrittivi per l’inflizione della pena di morte. A questo si aggiungono arresti arbitrari, limitazioni alla libertà di stampa, persecuzioni contro attivisti e avvocati: fatti ugualmente documentati.
— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) February 28, 2026
Alcune minoranze, inoltre, sono oggetto di vessazioni specifiche. I bahá'í, tra i maggiori gruppi religiosi del Paese dopo musulmani sciiti e sunniti, lamentano discriminazioni strutturali nell’accesso a istruzione e lavoro. Fonti curde e baluce riferiscono un uso sproporzionato della forza nei confronti delle rispettive componenti etniche, minoritarie rispetto a quella persiana (aspetto che va però confrontato con un dato storico: il regime laico retto dalla dinastia Pahlavi, al potere prima della rivoluzione khomeinista del 1978-79, adottava un approccio ancora più severo verso le minoranze etniche).
Le donne, pur protagoniste di un tessuto sociale diffusamente colto e vivace, restano soggette a un complesso normativo che ne limita autonomia e parità di trattamento, come dimostra la repressione di rivendicazioni libertarie e forme di dissenso divenute particolarmente visibili a partire dal settembre 2022, dopo la morte di Mahsa Amini: studentessa deceduta in circostanze non chiarite, a seguito di un arresto da parte della «polizia morale» iraniana.
Tutto ciò è comprovato, verificabile, difficilmente contestabile nei suoi tratti essenziali. Ed è su questo terreno che si innestano le dichiarazioni di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che in tempi recenti hanno più volte giustificato la linea dura con Teheran evocando, oltre a un presunto pericolo nucleare, la difesa dei diritti umani e la necessità di fermare un regime «brutale» e «oppressivo». Trump ha parlato dell’Iran come di una «dictatorship» che opprime il suo popolo. Netanyahu ha definito la leadership iraniana una minaccia non solo per Israele ma «per la libertà nel Medio Oriente». Il lessico è quello della contrapposizione morale, della volontà di affrancare un popolo soggiogato, dell’azione necessaria contro la tirannide.
Tuttavia, chi pensa che Donald Trump e Benjamin Netanyahu abbiano sferrato l’attacco del 28 febbraio mossi da spinte umanitarie è assai benevolo nei loro confronti. Non perché le violazioni in Iran siano un’invenzione, ma perché la selettività dell’indignazione tradisce la natura strumentale dell’argomento. La politica estera degli Stati Uniti e di Israele, come quella di qualsiasi Stato, non si fonda infatti sulla coerenza morale, quanto sulla convergenza di interessi strategici, equilibri regionali, calcoli di potenza. I diritti umani entrano in gioco come cornice legittimante destinata al discorso pubblico, non come ragione delle scelte.
Se la tutela delle libertà fondamentali fosse il vero motore dell’intervento, del resto, perché non attaccare l’Egitto, dove le organizzazioni internazionali denunciano migliaia di prigionieri politici e restrizioni altrettanto severe alla libertà di stampa? Perché non l’Arabia Saudita, monarchia assoluta con una storia consolidata di repressione, testimoniata dall’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, trucidato nel 2018 all’interno del consolato saudita di Istanbul? Perché non altri alleati strategici dell’Occidente, che presentano indicatori altrettanto problematici in materia di diritti civili e politici?
La risposta a questi interrogativi è scomoda ma lineare: perché quei Paesi sono partner militari, economici ed energetici cruciali. L’Iran, pur essendo tra i primi dieci produttori di petrolio al mondo (il quarto tra i Paesi dell’OPEC), è invece un avversario geopolitico: un attore che sfida l’ordine regionale sostenuto da Washington e dai suoi alleati.
La verità sulle sue violazioni diventa così un potente strumento retorico: è difficile da contestare, ma utile per orientare il consenso. Non occorre inventare nulla: basta selezionare, enfatizzare, incastonare i dati in una narrazione che diriga le emozioni verso obiettivi già decisi. Si tratta di un meccanismo più raffinato e quindi più insidioso della menzogna. Le fake news possono essere smentite: i fatti no. Ma il loro uso può essere manipolato attraverso la ridefinizione del contesto, l’inversione delle priorità, i silenzi su casi analoghi.
Non è un fenomeno nuovo. Nel 2003, l’amministrazione di George W. Bush sostenne l’invasione dell’Iraq parlando di armi di distruzione di massa e di liberazione di un popolo oppresso. Le armi non furono trovate e quella parte della giustificazione si rivelò infondata, fino a diventare controproducente. Ma la brutalità del regime di Saddam Hussein era effettiva e quell’argomentazione secondaria si rivelò, alla prova del tempo, più efficace nel giustificare scelte strategiche maturate per ragioni di interesse.
Ancora prima, durante la Guerra fredda, la difesa della «libertà» veniva invocata tanto da Washington quanto da Mosca per sostenere governi autoritari amici e per intervenire indirettamente in conflitti locali. La retorica della difesa dei diritti e quella della difesa della sovranità cambiavano a seconda delle convenienze.
La lezione che se ne può trarre, tuttavia, non è relativista. Non si tratta di affermare che le violazioni iraniane siano meno gravi perché si verificano anche altrove. Al contrario: proprio perché sono reali e gravi, meritano di non essere ridotte ad alibi. Quando la verità diventa un’arma, infatti, perde la sua funzione emancipatrice e si trasforma in un puro mezzo di propaganda.
Il movente delle inesistenti armi di distruzione di massa irachene poteva essere smascherato con il tempo e con le prove. Lo stesso vale per la tesi riguardante l'imminenza di un pericolo connessa al programma iraniano di arricchimento dell’uranio, ancora inefficace a scopi militari. Ma come si confuta un dichiarazione basata su dati reali? Come si contesta un elenco di violazioni certificate? Non li si contesta: si chiede coerenza a chi manifesta indignazione.
Questo investe noi lettori, operatori dell’informazione e cittadini di una responsabilità non semplice: imparare a scindere la fondatezza di una denuncia dalla finalità politica di chi la formula. D'altra parte, è facile criticare la propaganda quando è palesemente menzognera. Lo è di meno quando poggia su fatti autentici.
In un periodo in cui il dibattito oscilla tra complottismo e moralismo selettivo, l’esercizio critico consiste proprio in questo: riconoscere la verità dei fatti senza cedere alla loro strumentalizzazione. Difendere realmente i diritti umani, ovunque siano violati, impone anche di vigilare su chi li brandisce come giustificazione per altre violazioni. Il che non significa assolvere dei regimi repressivi, quanto impedire che la verità, il bene più prezioso in democrazia, diventi l’ennesimo strumento di potere.
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