La guerra nel Golfo aiuta la strategia russa

L’aggressione americano-israeliana contro l’Iran, in violazione delle più basilari norme del diritto internazionale, ha suscitato una reazione prudente da parte della Russia. Mosca e Teheran sono legate da decenni da un rapporto sempre più stretto. In particolare dopo l’inizio della guerra in Ucraina, quando l’Iran ha condiviso con la Russia la propria tecnologia dei droni, divenuti strumenti centrali delle operazioni militari e dei bombardamenti russi.
Questo legame si inserisce in una rete più ampia di cooperazione antioccidentale che coinvolge Cina, Russia, Iran e Corea del Nord: CRIC o «asse dello sconvolgimento». Negli ultimi anni Cina, Iran e Russia hanno condotto esercitazioni militari congiunte, mentre Teheran nel 2023 è entrata nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, il forum di sicurezza guidato da Mosca e Pechino. Pur non prevedendo una clausola di difesa collettiva simile all’articolo 5 della Nato, rappresenta comunque un polo geopolitico alternativo all’architettura di sicurezza occidentale.
In questo contesto, la perdita di Khamenei rappresenta per Mosca uno smacco politico e un colpo per l’asse strategico costruito negli ultimi anni. Ma la guerra in Iran va osservata anche da una prospettiva più ampia, che per la Russia non è necessariamente negativa. La politica estera putiniana non è guidata da vincoli ideologici o morali verso singoli regimi. Mosca persegue il proprio interesse strategico alleandosi di volta in volta con partner diversi: teocrazie come quella iraniana, governi del cosiddetto socialismo del XXI secolo in America Latina, leader nazionalisti in Europa o la dittatura ereditaria para-marxista-leninista della Corea del Nord. In questa logica, Putin può aver perso una pedina con Khamenei, potenzialmente sostituibile.
Infatti, l’aggressione americana all’Iran – pur avendo eliminato uno dei protagonisti del regime – non ha distrutto l’apparato di potere che lo sosteneva. Piegare un paese vasto e complesso come l’Iran non è semplice, anche se l’operazione militare americano-israeliana si è dimostrata efficace sul piano tattico. Più si prolunga il conflitto, più la teocrazia iraniana, ferita ma non estinta, si affiderà ai Guardiani della Rivoluzione.

Già protagonisti di sanguinose repressioni contro il loro stesso popolo, i pasdaran punteranno alla ricostituzione di un Iran come parte di un asse antioccidentale, o ad animare una violenta resistenza in tal senso.
Per Mosca esiste poi un altro elemento favorevole. L’apertura di un nuovo teatro di guerra in Medio Oriente rischia di ridurre il sostegno militare statunitense all’Ucraina. L’amministrazione Trump si è limitata a eseguire trasferimenti già autorizzati da Biden, chiedendo inoltre all’Europa di finanziarli. Se – o quando – Washington concentrerà risorse e armamenti contro l’Iran, le difese ucraine potrebbero indebolirsi sensibilmente.
Parallelamente, una nuova crisi energetica internazionale offre alla Russia leve di pressione sull’Europa, minacciando di interrompere le residue forniture di gas verso il continente.
Infine, esiste un fattore più profondo che guida il calcolo strategico russo: il caos internazionale. Nella visione del Cremlino, un sistema globale frammentato e instabile riduce la capacità dell’Occidente di coordinarsi e contenere la Russia. La politica estera russa tende quindi a sfruttare – e talvolta ad alimentare – situazioni di disordine geopolitico, convinta che l’instabilità favorisca attori autoritari e spregiudicati. Putin sa che il caos è una conseguenza inevitabile della fase di conflittualità internazionale che ha contribuito a creare. E probabilmente condivide la celebre intuizione attribuita a Mao Zedong: quando «grande è la confusione sotto il cielo», allora «la situazione è eccellente». Perché in un mondo disordinato, è proprio un regime come quello russo a poter trarre i maggiori vantaggi.
Giovanni Cadioli, Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova
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