Terre rare, difficili da lavorare eppure indispensabili

La corsa globale verso la transizione energetica sta aumentando in maniera esponenziale la richiesta di particolari minerali e metalli che, al momento, sono estratti in regioni specifiche e sono monopolio di alcuni Stati
Il fiume Colorado in California
Il fiume Colorado in California
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Imperial Valley, California. Il fiume Colorado si muove lentamente con le sue anse avanzando in una sterminata pianura. Il vento torrido spazza gli appezzamenti agricoli, portando sabbia verso le aree montuose che si scorgono all’orizzonte. La sua economia sta crescendo rapidamente. Negli anni Settanta, sempre in California, nacque la Silicon Valley, grazie all’abbondante produzione di semiconduttori e microchip, basati sul silicio. Oggi questa valle è nota perché è diventata un importante centro globale per l’innovazione, l’high tech, ed i social media.

Il caso Imperial Valley

La Imperial Valley si sta anch’essa sviluppando e sta crescendo con grande rapidità, al punto che anche il suo nome si sta modificando ed ora è nota come «Lithium Valley» per l’enorme quantità di litio presente nel sottosuolo in grado di soddisfare tutta la domanda futura dell'America e più di un terzo della domanda globale.

Analogamente alla corsa all'oro del 1849, diverse aziende stanno infatti correndo per aggiudicarsi un posto in quello che potrebbe diventare uno dei centri di estrazione del litio più grandi del mondo, sviluppando e modificando l’economia di una area al momento a prevalente vocazione agricola. Perché ciò avviene? La corsa globale verso la transizione energetica sta aumentando in maniera esponenziale la richiesta di particolari minerali e metalli che, al momento, sono estratti in regioni specifiche e sono monopolio di alcuni Stati.

Quali e quante sono le terre rare

Queste «materie critiche» vengono identificate in Europa in base a due principali parametri: l’importanza per l’economia continentale e il rischio di approvvigionamento o rischio di interruzione delle forniture. La Commissione europea pubblica un elenco ogni 3 anni che varia a seconda della domanda e dell’offerta. Maggiore è la richiesta di queste materie, maggiore è la loro importanza e, di conseguenza, il prezzo sul mercato.

Se invece si aprono molte nuove miniere, si riduce il rischio di approvvigionamento e, quindi, le materie diventano meno critiche. Nell’ultimo aggiornamento della Commissione le materie prime critiche identificate sono state 34. In questo gruppo sono incluse le terre rare, ma anche elementi come il silicio, il litio, il magnesio ed altri.

Le terre rare sono 17 elementi chimici fondamentali per la transizione energetica. Sono utilizzate nel settore dell’automotive, per le batterie ricaricabili, per i magneti, per costruzione di batterie, turbine eoliche, i motori elettrici, sono importanti per la creazione di tutti i dispositivi elettronici, per lo sviluppo delle tecnologie aerospaziali, per la difesa, le energie rinnovabili e perfino la medicina.

Perché si chiamano così

La cosa peculiare è che esse non sono affatto rare. In realtà lantanio, cerio, neodimio e ittrio sono più abbondanti di piombo o argento e perfino le due terre rare meno abbondanti, tulio e lutezio, sono circa 200 volte più comuni dell’oro.

Il termine «raro» venne assegnato non per la loro scarsa presenza sul Pianeta, ma per via della loro difficile identificazione e per la complessità del processo di estrazione e lavorazione. Il processo risulta lungo e difficoltoso ed è variabile anche a seconda del materiale e dello specifico sito. Oltre a ciò è anche altamente inquinante. Per tal motivo le miniere non possono essere aperte ovunque.

In Cina, per esempio, l’inquinamento derivante dall’estrazione di terre rare ha creato un suolo incapace di sostenere le colture, e le risorse idriche sono state contaminate. I costi ambientali sono quindi elevati ma in alcune aree del mondo essi non divengono cogenti. Nonostante ciò l’utilizzo delle terre rare sta diventando sempre più importante per la transizione.

La richiesta di metalli e minerali cresce a un ritmo compreso tra il tre e il cinque per cento annuo: per sostenere la transizione energetica, da qui al 2050 dovremo estrarre dal sottosuolo più metalli di quanti l’umanità ne abbia estratti finora.

Cosa cambia la de-globalizzazione

Dal punto di vista geopolitico la Cina ha attualmente il controllo della maggior parte delle materie critiche. A seguire, ma ben distanziati, gli Stati Uniti. L’Europa, finora, è stata a guardare. Stando a quanto riportato da Ispra, nonostante l'abbondanza di potenziali risorse, l'Italia è attualmente dipendente dall'estero per l'approvvigionamento di minerali metalliferi critici. Tuttavia le cose stanno cambiando.

La de-globalizzazione che sta prendendo forma in questi anni, accelerata dopo la pandemia del 2020, sta portando le potenze economiche mondiali ad un periodo di «nuovo protezionismo» che si basa su un processo di «reshoring» o «friendshoring» (cioè accorciamento o diversificazione della catena di produzione per ridurre il rischio Paese oppure incremento degli scambi con Paesi amici, cioè «friend»).

Le guerre in Palestina ed in Ucraina hanno ulteriormente allontanato gli Stati Uniti dalla Cina ed hanno fatto tornare in auge in Europa il concetto di «sicurezza energetica» che da lungo tempo era scomparso dai principali problemi dell’Antico Continente.

Obiettivo indipendenza

I chip sono fondamentali per numerosissime tecnologie - © www.giornaledibrescia.it
I chip sono fondamentali per numerosissime tecnologie - © www.giornaledibrescia.it

È diventato sempre più importante quindi, anche per combattere il cambiamento climatico, che ogni Stato riesca a non essere troppo dipendente da altri Paesi, in particolare per le tecnologie necessarie allo sviluppo futuro, guidato dalla transizione energetica.

Le medesime tecnologie, tra l’altro, sono necessarie anche per avere una maggiore autonomia dal punto di vista militare. L’Europa stessa si sta interrogando in merito ai due temi: energetico e militare. In tal contesto Il Decreto-legge 84/2024 «introduce misure urgenti per garantire un approvvigionamento sicuro e sostenibile delle materie prime critiche, fondamentali per la transizione ecologica e digitale».

L’Italia ha improvvisamente scoperto di avere abbondanza di potenziali risorse e vorrebbe rilanciare il settore minerario italiano. Gli aspetti positivi seguono certamente i punti che abbiamo illustrato: produzione di materie in mercati in forte crescita, maggiore autonomia rispetto ad altri Stati ed una maggior spinta per la transizione energetica. È anche interessante sottolineare come alcuni studi evidenziano come l’estrazione di materie critiche è spesso legata in alcuni degli attuali Paesi produttori (non in tutti, ovviamente), a dati non troppo positivi in merito al rispetto dei diritti umani, all’inquinamento ed alla deforestazione.

Tra inquinamento e green

In questo momento, importando queste materie critiche utili per la transizione green, si sta anche finanziando una parte dell’economia di fatto non propriamente sostenibile. «Produrre in casa» certe risorse, significa anche poter controllare maggiormente il rispetto delle norme e dei principi di sostenibilità. Tuttavia, sull’altro piatto della bilancia, ovviamente, l’inquinamento generato dall’estrazione delle materie critiche e che, probabilmente, ha bloccato per un lungo periodo la riapertura di alcune miniere e che, forse, ha lasciato che il monopolio si concentrasse in alcuni Paesi come la Cina.

Di fronte a questo problema ci sarebbe anche una soluzione di diverso tipo di cui si sta discutendo negli ultimi anni. Le nostre città sono miniere di rifiuti elettrici ed elettronici, ed è possibile riciclarli per recuperare le materie critiche di cui sono composti. Una forte spinta verso la filiera dell’economia circolare potrebbe quindi aumentare l’approvvigionamento di risorse, stimolare l’economia, senza creare alcuni effetti negativi. L’analisi finale comporta ovviamente un confronto tra costi e benefici. E, nel frattempo, l’Imperial Valley è diventata «Lithium».

*Sergio Vergalli è Docente di Politica economica, Università degli Studi di Brescia e past president Ass. Italiana Economisti dell’Ambiente

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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