La svolta di Londra sullo stato palestinese

Starmer ha promesso di riconoscere lo stato se la politica di Israele a Gaza non cambierà entro settembre
Il Premier britannico Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il Premier britannico Keir Starmer - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Dal gennaio scorso il sistema politico mondiale è stato sottoposto a più di uno scossone, a causa delle iniziative del presidente Usa, Donald Trump. Ciò che è emerso con chiarezza è la mancanza di inventiva di tutti gli attori internazionali nel contrastare la narrazione trumpiana, che indica negli Stati Uniti un paese che, in passato, avrebbe subito profonde ingiustizie sia dagli avversari sia dagli alleati. In particolare, sottoposti a critiche feroci, questi ultimi si sono trovati spiazzati da una iniziativa politica fatta di minacce e dazi.

Londra, da sempre alleata privilegiata di Washington in Europa, non è stata da meno e ha subito a sua volta gli strali di Trump, sebbene in forma attenuata rispetto agli altri paesi, «strappando» un accordo commerciale che ha limitato le tariffe americane sui prodotti britannici al 10%. In ogni caso, consapevole che una nuova stagione politica si è aperta, il leader laburista Starmer negli ultimi tempi sta provando ad adeguare la politica estera britannica. E due sono gli scenari che paiono degni di nota.

Il primo concerne la promessa di riconoscimento dello stato palestinese a settembre se la politica di Israele a Gaza non muterà. L’iniziativa è degna di nota per tre motivi. In primo luogo, per i tempi previsti: dando tempo un mese a Tel Aviv di terminare il conflitto a Gaza, Londra si riserva la possibilità di recedere dalla sua decisione. In secondo luogo, con l’annuncio il governo laburista ha cercato di esaudire le richieste inviatele dai paesi arabi, sperando di tutelare quanto resta della sua influenza nell’area. In terzo luogo, l’annuncio britannico ha fatto seguito di qualche giorno a quello della Francia: e ciò pare una prova ulteriore della volontà britannica di riavvicinarsi agli europei dopo la Brexit e, di collaborare in particolare con Parigi.

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron - Epa/Teresa Suarez
Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron - Epa/Teresa Suarez

Proprio questo è il secondo, interessante scenario apertosi con le recenti iniziative di Starmer. L’annuncio della volontà anglo-francese di coordinare le proprie politiche di difesa in ambito nucleare è degno di nota, per quanto ancora poco chiaro sia come tale intento diverrà realtà. A oggi il deterrente britannico è composto da 4 sottomarini lanciamissili in immersione classe Vanguard, dotati di missili Trident II D5 a loro volta armati con diverse testate nucleari (a disposizione di Londra in numero non ben definito, forse circa 500).

In futuro, potrebbero essere acquistati aerei F-35 con capacità nucleari tattiche e i Vanguard saranno sostituiti da 4 nuovi sottomarini classe Dreadnought. Da parte francese sono in linea 4 sottomarini lanciamissili in immersione classe Triomphant, e alcuni aerei Rafale armati con missili Asmp-A con capacità nucleari. Si tratta di arsenali modesti se comparati con quelli di Stati Uniti, Russia, Cina e, probabilmente, India. Le intenzioni, però, paiono indicare come, per superare la condizione di irrilevanza sostanziale nella quale si trovano, Parigi e Londra stiano valutando soluzioni politico-strategiche nuove.

Ciò che le frena è l’oramai pluridecennale e ben noto problema: ogni potenziale politica europea finisce per essere intesa come la somma degli interessi dei singoli stati europei, conseguenza dell’incapacità degli europei di modulare un’unica voce internazionale, mancando l’esistenza di un vero governo europeo sostenuto da un parlamento compiutamente sovrano. Un ostacolo che, a oggi, anche Starmer non sembra in grado di superare.

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