Opinioni

Sullo Stretto di Hormuz poggia l’equilibrio regionale e (quasi) globale

Il negoziato procede ma è ancora politicamente fragile. Anche gli Stati del Golfo sperano
Michele Brunelli

Michele Brunelli

Editorialista

Una nave nello Stretto di Hormuz - © www.giornaledibrescia.it
Una nave nello Stretto di Hormuz - © www.giornaledibrescia.it

Il conflitto tra Iran e Iraq negli anni Ottanta ebbe molti fronti e geografie. Dalle paludi dello Shatt al-Arab alle catene montuose degli Zagros, passando per le pianure aride di Mehran, lo scontro si spostò progressivamente dalle offensive terrestri alla dimensione marittima del Golfo Persico. Fu lì che una disputa di confine, alimentata dall’ambizione irachena e dalla fragilità dell’ordine regionale successivo alla rivoluzione iraniana, divenne una crisi internazionale. Quello specchio d’acqua su cui si affacciano alcuni dei principali produttori mondiali di idrocarburi, si trasformò nel teatro navale di una contesa ormai globale.

Le petroliere kuwaitiane iniziarono a battere bandiera americana e poste sotto la protezione della US Navy, mentre diverse marine occidentali dispiegarono le loro unità per difendere il traffico commerciale e contrastare la minaccia delle mine. Quando nell’aprile 1988 una di queste danneggiò una fregata statunitense, la risposta di Washington mostrò quanto rapidamente una crisi regionale potesse assumere portata sistemica e ci si rese subito conto che lo Stretto di Hormuz non era soltanto un toponimo, ma il punto in cui i trasporti diventavano deterrenza.

È da questa cornice storica che bisognerebbe far discendere la lettura delle ultime notizie sul confronto tra Stati Uniti e Iran. Ci sarebbe un’intesa in discussione per prolungare la tregua, riaprire gradualmente Hormuz, rimuovere le mine e ripristinare il libero transito del commercio internazionale. Ma il dato decisivo è proprio la sua provvisorietà. Si è dinanzi a una possibile architettura negoziale, ma non ancora a una normalità strategica. Il fatto che Trump stia ancora prendendo tempo, mentre Vance rivendica progressi sull’estensione della tregua, conferma quanto l’intesa resti politicamente fragile.

Tra i nodi gli asset iraniani all’estero, il programma nucleare e soprattutto lo stock di uranio arricchito, il quale potrebbe essere trasferito fuori dal Paese o neutralizzato in modo verificabile. Ed è anche per questo che Hormuz non riguarda soltanto Washington e Teheran, ma anche Israele. Perché il negoziato con l’Iran tocca il cuore della sua dottrina di sicurezza: impedire che Teheran, considerato da Netanyahu una «minaccia esistenziale» trasformi capacità nucleari, missili e reti regionali in una deterrenza strategica permanente. Un accordo che riaprisse lo Stretto ma rinviasse il nodo nucleare sarebbe insufficiente per Israele.

Inoltre il perdurare dell’attenzione mediatica sullo scacchiere del Golfo attenua la visibilità delle mosse strategiche sul Libano, Gaza e Cisgiordania e dà un vantaggio a Netanyahu. Hormuz riguarda l’Arabia Saudita, perché Riyadh è insieme protetta dagli Stati Uniti, esposta alla vulnerabilità energetica del Golfo e impegnata in una trasformazione economica che ha bisogno di stabilità. Sebbene la monarchia saudita non voglia una vittoria iraniana, teme una guerra aperta che colpisca rotte, impianti, investimenti e la credibilità del suo programma Vision 2030.

La postura saudita è quindi meno ideologica di quanto appaia e si concretizza nell’idea di contenere l’Iran, evitare l’incendio regionale, preservare il rapporto con Washington e mantenere aperta la possibilità di una normalizzazione con Israele, ma senza pagare un costo politico ingestibile nel mondo arabo.

Riguarda gli Emirati del Golfo, ciascuno con una vulnerabilità diversa. Abu Dhabi teme la coercizione iraniana, ma sa che la propria prosperità dipende dalla prevedibilità delle rotte e dalla sicurezza del suo territorio. Doha è centrale perché il suo gas è essenziale per l’Asia e per l’equilibrio energetico globale. Kuwait e Bahrein hanno margini più stretti: il primo per la sua posizione alla testa del Golfo, il secondo perché ospita la Quinta Flotta americana e resta il punto in cui la deterrenza Usa incontra le fragilità politiche interne dell’arcipelago. L’Oman, storico mediatore tra Washington e Teheran, è ora stretto tra la neutralità diplomatica e la geografia. Affacciato sulla riva meridionale dello Stretto è il punto vulnerabile di ogni ipotesi di gestione condivisa, pedaggi o nuova autorità marittima. La minaccia americana di sanzioni mostra che per Washington la libertà di navigazione non è negoziabile: nessuno, né l’Iran né un alleato del Golfo può trasformare quel passaggio in una rendita strategica. La sua possibile riapertura non sarebbe la fine della crisi, ma l’inizio della sua fase più importante: quella in cui la diplomazia dovrà trasformare una tregua operativa in una regola stabile.

Perché Hormuz non è soltanto una rotta attraverso cui scorrono petrolio e gas. È il luogo in cui la storia torna a impartire una lezione che il mondo dimentica sempre troppo rapidamente: la globalizzazione resta esposta ai suoi varchi obbligati e Hormuz è il più eloquente tra questi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

News in 5 minuti

Cosa è successo oggi? A metà pomeriggio facciamo il punto, tra cronaca e novità del giorno.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
GdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperteGdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperte

Novità 2026: due percorsi «Family» 5 km e «Ten» 10km

SCOPRI DI PIÙ
SponsorizzatoPillole di riciclo: metti alla prova le tue conoscenzePillole di riciclo: metti alla prova le tue conoscenze

Dodici domande, dodici risposte per sciogliere i dubbi sulla raccolta differenziata e scoprire perché ogni gesto conta davvero