In una delle stanze-museo della vecchia residenza dell’Ayatollah Khomeini a Teheran un poster propagandistico ricorda l’abbattimento del volo Iran Air 655. Nel luglio 1988, nel pieno della guerra tra Iran e Iraq e dopo mesi di attacchi alle petroliere nel Golfo Persico, la Uss Vincennes colpì per errore l’aereo civile, uccidendo 290 persone.
Quello che fu un incidente provocò un trauma collettivo destinato a rimanere inciso nella memoria della Repubblica islamica. L’incidente mostrò quanto l’area fosse già allora più di uno spazio marittimo conteso. Era un teatro in cui l’intervento militare, la protezione delle rotte e la percezione della minaccia potevano sovrapporsi fino a rendere indistinguibili sicurezza e rischio.
Quell’episodio evidenzia una costante geopolitica di grande significato: nel Golfo, la presenza militare statunitense è allo stesso tempo un fattore di stabilità e di destabilizzazione. Da un lato difende gli Stati arabi alleati, protegge infrastrutture e traffici; dall’altro offre all’Iran il quadro entro cui trasformare ogni crisi locale in una sfida a quell’ordine regionale che Washington continua a ritenere di poter gestire quasi autonomamente.
La nuova escalation tra Washington e Teheran non è più soltanto un confronto militare, ma è diventata la prova della tenuta dell’architettura di difesa costruita dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda e consolidatasi all’indomani della liberazione del Kuwait. Per decenni, l’architettura regionale costruita da Washington ha poggiato su uno scambio implicito, fondato sulla protezione esterna delle monarchie arabe in cambio di accesso strategico, cooperazione energetica, basi, acquisto di armi militari e allineamento politico.
La crisi attuale mostra però che questo rapporto di scambio è diventato più fragile, non perché i Paesi del Golfo possano fare a meno della garanzia statunitense, ma perché questa inizia ad avere più costi che benefici. L’Iran conosce bene questa vulnerabilità e la sfrutta, consapevole di non avere né la necessità né la capacità convenzionale di sconfiggere militarmente gli Usa.
La sua strategia consiste piuttosto nel rendere più oneroso politicamente il ruolo di Washington come garante della sicurezza regionale, spingendo i suoi alleati a chiedersi se quell’ombrello sia ancora soltanto una protezione indispensabile o una possibile fonte di esposizione. In questa prospettiva, la rappresaglia iraniana non mira soltanto a colpire gli Stati Uniti, ma serve a ricordare ai Paesi arabi che chi ospita l’apparato di sicurezza americano può diventare parte del campo di battaglia.
È qui che la crisi assume una dimensione politico-internazionale più ampia. L’Iran cerca di separare gli Stati Uniti dai propri partner regionali attraverso una pressione graduale. Ogni minaccia contro infrastrutture, basi, navi o corridoi energetici ricorda alle monarchie sunnite che la relazione privilegiata con Washington comporta una serie di vulnerabilità dirette. Teheran non punta necessariamente a rompere l’alleanza degli Stati Uniti con i partner arabi; ma a renderla più cauta, più condizionata, e soprattutto meno scontata.
Visto dalle coste arabe del Golfo Persico, il dilemma è profondo. La sicurezza garantita da Trump resta un elemento indispensabile per questi Paesi, tuttavia le loro priorità sono cambiate. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar non vogliono più essere percepiti soltanto come avamposti dell’ordine americano in Medio Oriente, ma aspirano ad essere potenze autonome, hub finanziari e logistici anche per attori come Cina e India, nonché poli tecnologici e diplomatici, come dimostra il ruolo di mediazione svolto negli ultimi anni da Qatar e Oman.

Vogliono attrarre capitali, diversificare economie, mediare conflitti, ospitare grandi eventi e proiettare stabilità, anche per consolidare i propri progetti di trasformazione e svincolarsi dall’eccessiva dipendenza dagli idrocarburi. Una crisi permanente con l’Iran mina esattamente questi interessi nazionali.
È da qui che nasce la nuova ambivalenza. Gli Stati arabi vogliono che Washington contenga la Repubblica islamica, ma non che trasformi il Golfo in un teatro di confronto aperto. Nell’ordine regionale costruito attorno all’egemonia americana, la domanda era chi controllasse il Golfo; oggi la questione è chi sia disposto a pagarne il prezzo politico.
Gli Usa possono ancora esercitare la forza, ma non producono più un allineamento automatico alle loro politiche. L’Iran può generare instabilità, ma non costruire ordine; le potenze arabe rivierasche cercano autonomia senza rinunciare alla protezione di Washington; Cina e India traggono vantaggio dalla sicurezza delle rotte e dall’equilibrio garantito dalla presenza statunitense, senza però volerne condividere pienamente i costi.
La crisi mostra così il limite dell’ordine regionale costruito attorno all’interesse statunitense: la forza può ancora contenere il rischio, ma non basta più a trasformarlo in stabilità politica.
Michele Brunelli, docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea - UniBg



