«Al voto al voto». «Meloni dimettiti». Alla bocciatura dell’emendamento proposto da Fratelli d’Italia – e caldeggiato personalmente da Giorgia Meloni – con cui si proponeva la reintroduzione (parziale) delle preferenze nelle elezioni politiche la parte sinistra dell’aula di Montecitorio è esplosa in un boato di gioia. È l’istantanea di un'opposizione che festeggia un gol in amichevole come fosse la finale dei Mondiali. Non si vuole con ciò negare la portata politica di quel voto. Per la prima volta, il «campo largo» ha dato prova di compattezza, assestando uno sgambetto doloroso alla maggioranza proprio su una bandiera identitaria. Ma da qui a invocare le urne passa la stessa differenza che corre tra parare un rigore e vincere una partita.
Uno sgambetto, per quanto riuscito, non basta a creare le condizioni per una vittoria né tantomeno per definire una coalizione credibile. È significativo che, di fronte a un tema cruciale come l'introduzione delle preferenze, l’opposizione non abbia saputo, o meglio non si sia nemmeno preoccupata di contrapporre una riforma che togliesse di mezzo lo scandalo delle liste bloccate: il vero motore di quell'astensionismo record che svuota i seggi a ogni tornata elettorale. Si è preferito il comodo rifugio del «no» alla proposta del governo per poter finalmente mettere sotto la Meloni in una votazione.
Legge elettorale, Schlein: Irricevibile, cancellata parità di genere. Con le opposizioni faremo muro pic.twitter.com/2zIXo7KxD8
— Agenzia VISTA (@AgenziaVISTA) July 14, 2026
Ma basta la bocciatura di un emendamento, per quanto di alto valore politico, per far cadere il governo e ottenere le urne anticipate, sicuri di avere la vittoria in mano? Non era detto che la Meloni si dimettesse. Non era detto che la bocciatura parlamentare della proposta di reintrodurre le preferenze avrebbe comportato una bocciatura elettorale. Non era detto, anzi pare che sia vero il contrario. Il campo largo resta a maglie larghe, non ancora ricompattato sulla sua proposta di governo. Non ha definito il programma. Non ha scelto il candidato premier. Soprattutto, non può pensare che basti essere «testardamente unitario». Unitario certo per scalzare la Meloni. Ma lo è altrettanto per convincere gli elettori che può assicurare una guida del Paese affidabile?
I numeri li ha ma i numeri che sulla carta vanta da soli non bastano. La matematica delle alleanze può fare dei brutti scherzi:. 1+1 in politica non fa sempre 2. Talvolta fa 1,5. È sicura la Schlein che l’elettore Cinque stelle digerisca l’alleanza con Renzi? E, simmetricamente, è sicuro Renzi che l’elettore centrista ingoi l’alleanza con Bonelli, Fratoianni e Conte?
Mentre il centrosinistra si autoincensa per la vittoria d'aula, Giuseppe Conte continua a muovere i suoi pezzi con cinico spregiudicatezza. Chi ipotizzava un leader del Movimento 5 Stelle pronto a smussare le sue imposture pacifiste e anti-atlantiste pur di rientrare a Palazzo Chigi è rimasto deluso. Al contrario, l'irrigidimento del M5S sulla politica estera si è fatto radicale, come s’è visto con l’imbarazzante uscita del suo leader a Napoli sulla «minaccia russa inventata per giustificare il riarmo». Conte sta alzando il prezzo al tavolo della coalizione. Irrigidendo le posizioni su Ucraina e armamenti. È determinato a lanciare un’opa sulla leadership del campo largo, forte del fatto che pezzi importanti di Alleanza Verdi-Sinistra e persino della minoranza del Partito Democratico (rappresentata da figure come Goffredo Bettini) sono già sintonizzati sulla sua stessa lunghezza d’onda.
Legge elettorale, il mio intervento in dichiarazione di voto questa mattina alla Camera dei deputati pic.twitter.com/MuXxDzqbGE
— Giuseppe Conte (@GiuseppeConteIT) July 16, 2026
A uscirne politicamente danneggiata è proprio Elly Schlein. La segretaria del Pd sta commettendo lo stesso errore strategico di Enrico Letta e Nicola Zingaretti. Dal 2019 a oggi, il Nazareno ha smesso di parlare di politica interna e internazionale per dedicarsi all’alchimia geometrica delle coalizioni. Nel tentativo di non scontentare nessuno e di rimandare lo scontro interno tra riformisti e filogrillini, evita di porre paletti programmatici chiari su difesa, lavoro e fisco.
Il risultato è un vuoto politico. Un vuoto all’interno del quale l'unico a suonare una musica definita – per quanto discutibile – resta Giuseppe Conte, costringendo tutti gli altri a ballare al suo ritmo per la sola colpa di non avere uno spartito alternativo da proporre agli italiani.




