Opinioni

A chi giova la sindrome del mondo malvagio

A causarla è la costante connessione con l’informazione digitale: forse, però, i tempi che viviamo sono meno tremendi di quanto ci vogliano far credere
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Vladimir Putin e Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Vladimir Putin e Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La chiamano «Sindrome del mondo malvagio». È la sensazione che attorno a noi prevalga il male. E basta sfogliare un giornale, seguire un tg, scrollare lo smartphone per rischiare di cascarci. A puro titolo d’esempio, ecco le notizie riportate lo stesso giorno da un giornale scelto a caso: donna uccisa a botte dal compagno e abbandonata sulla porta dell’ospedale; ragazza violentata all’uscita di una discoteca in centro a Milano; marito buttato giù dalle scale di casa dalla moglie; uomo accoltella la sorella e si getta dal balcone; ragazzo in coma dopo essere stato picchiato fuori da un locale a Barcellona...

Colpiscono, queste notizie, solo perché assieme nella stessa pagina, ma non costituiscono l’eccezione. Non c’è giorno senza femminicidio, aggressione violenta, reazione spropositata. Basta uno sgarbo perché un automobilista investa un intero gruppo di ciclisti. Non fa differenza l’età o la latitudine. La sensazione dominante è che il mondo abbia perso la testa. E noi ci troviamo attoniti, impauriti, insicuri. Ci sono avvenimenti che sono fuori del nostro controllo e a colpirci è il loro incalzare: un terremoto in Venezuela, un altro in Colombia, un altro ancora in Indonesia, per non parlare dell’eruzione dell’Etna.

I danni provocati dal terremoto in Colombia
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I danni provocati dal terremoto in Colombia

Ci sono situazioni che in parte dipendono da noi, come la mutazione climatica che ci sta regalando l’estate più torrida dei tempi moderni, ma sulle quali ci dividiamo con accuse reciproche di ideologismi contrapposti. Poi ci sono le guerre, alle quali ci si abitua presto dimenticando persino chi le ha provocate e chi le sta alimentando. Si finge che ci sia la tregua dove si continua a bombardare, si proclamano accordi subito smentiti. Cresce una sorta di strana rassegnazione, per un mondo fuori controllo: chi è in grado di rimettere in sesto il diritto internazionale e la convivenza globale?

Si scopre che persino i ricchi e i potenti non si sentono al sicuro. La Svizzera ha ripristinato i bunker nelle Alpi, che erano stati chiusi alla fine della Guerra fredda. Non come rifugio per le persone, ma per custodire i tesori dei super-ricchi. Caverne blindate, come una volta. Non ci si fida più degli investimenti a Dubai e neppure delle casse segretissime del Liechtenstein… A proposito, proprio in questi giorni è stata hackerata la banca dati di Vaduz, capitale di uno stato che conta 41mila abitanti e 31mila fra trust e fondazioni con patrimoni bilionari. Neppure i segreti finanziari sono più tanto al riparo. Poi c’è la propaganda, che litiga sui numeri dei reati o sulle invasioni dei migranti, come se fossero fenomeni che ci colgono di sorpresa ora.

Attoniti, insicuri, impauriti: così restiamo in questa nostra incessante connessione con l’informazione. Ancor di più se ci affidiamo a social e scroll dello smartphone. Ed è su questo versante che val la pena di soffermarsi. Perché proprio questa costante connessione con l’informazione digitale è una delle fonti dell’estate del nostro sconforto. Inizia con il «bias negativo» per approdare alla «Sindrome del mondo malvagio». Sono meccanismi conosciuti e studiati a lungo dai teorici della comunicazione. Partono dalla constatazione che il nostro cervello di fronte a fatti complessi cerca scorciatoie per comprendere e prevedere.

Sono meccanismi che spesso snaturano la realtà, la travisano e ci traggono in inganno, ma sono prevalenti. Così accade che un evento negativo domini su tutti gli altri positivi e che finisca per attrarre tutta lo nostra attenzione. Il mondo dell’informazione ne è portatore per sua natura, perché racconta più i fatti eccezionali che la realtà normale. Il fenomeno, sviluppato con la diffusione della televisione, ha avuto un moltiplicatore eccezionale nelle piattaforme web. L’insieme di informazioni «negative» porta a credere che l’intero mondo che ci circonda sia pericoloso, ostile e forse persino malvagio. Una sindrome spontanea nella sua origine, ma poi diffusa ad arte.

Al punto che il maggior studioso del fenomeno, il sociologo George Gerbner, ha coniato il concetto della «teoria della coltivazione». Timori e paure – ha spiegato – sono «coltivati», da chi pensa di poterci guadagnare. C’è chi cavalca alla grande i nostri timori e le nostre reazioni. La questione ha due versanti: le piattaforme web su liti, contrapposizioni, complottismi e diatribe alimentano il traffico e quindi i guadagni; i movimenti politici sulle paure fondano la loro richiesta di maggior potere, promettendo sicurezza. I due versanti si sono intrecciati da quando i social sono diventati la forma privilegiata della comunicazione politica.

È possibile sfuggire alla morsa di questa tenaglia? I tempi che viviamo non sono facili, ma forse sono meno tremendi di quanto ci vogliano far credere. Alzare gli occhi dai telefonini e guardaci attorno con sguardo libero, soffermarci qualche volta sulle notizie buone, potrebbe aiutarci a vedere una vita meno pericolosa di quanto ci descrive chi pretende di mostrarcela ogni giorno in diretta.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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