Ci sono tornate elettorali che segnano la storia di un Paese perché ne sintetizzano lo spirito del tempo attraverso un’unica, ineludibile priorità. È accaduto da noi nel 1948, quando a scontrarsi furono due visioni del mondo opposte e inconciliabili, figlie della guerra fredda.
Si è ripetuto nel 1976, quando a guidare la scelta dei cittadini furono prevalentemente le ragioni sociali, la spinta dei diritti civili e le urgenze del mondo del lavoro. Oggi, esistono tutte le premesse affinché la prossima prova delle urne venga decisa da un unico, potente binomio: sicurezza e immigrazione.
L’episodio di Ceuta rappresenta, in questo senso, un punto di svolta emblematico. Se fino a pochi anni fa, di fronte all’arrivo in massa di migranti scattava – pur tra mille ipocrisie e ritardi – un riflesso di solidarietà o quantomeno di coordinamento tra i partner dell’Unione Europea, la recente crisi ha mostrato una frattura profonda e inaspettata.
La stragrande maggioranza dei Paesi europei ha messo sotto accusa la gestione del governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez, criticando sia la tenuta dei confini sia le sanatorie con cui Madrid ha stabilizzato la posizione di migliaia di lavoratori stranieri entrati irregolarmente. Ben 22 Stati membri hanno sottoscritto un documento che di fatto mette la Spagna in un angolo.
Soprattutto ha visto solidarizzare su questo punto di vista una strana coppia, l’italiana Giorgia Meloni e la danese Mette Frederiksen, una di destra, l’altra di sinistra. È la dimostrazione che non siamo più nell’alveo dei tradizionali scontri tra opposte ideologie o della mera dialettica tra interessi economici e sociali: la priorità si è spostata altrove.
Alla base di questa trasformazione vi è un allarme diffuso e pervasivo. In politica le percezioni contano quanto i fatti concreti, e la sensazione che vi siano quote di immigrazione fuori dal controllo delle istituzioni genera un senso di insicurezza collettiva che non può essere ignorato.
Non si tratta di una dinamica circoscritta a una sola area politica. Un sondaggio pubblicato da Repubblica evidenzia come l’inquietudine sia condivisa da una maggioranza schiacciante della popolazione — oltre il 70% degli italiani – e la «paura» da più del 50%. Inquietudine e paura che esercitano una significativa influenza persino sull’elettorato di sinistra, dove circa un terzo dei votanti si dichiara sensibile al tema.
Il dato più singolare riguarda lo scollamento tra la realtà statistica e la percezione pubblica. I numeri ufficiali parlano di reati in diminuzione. Tuttavia, la statistica non basta a rassicurare un’opinione pubblica che percepisce un degrado diffuso nello spazio urbano.
La presenza di gruppi di giovani «fuori controllo» – a partire dal fenomeno mediatico e sociale dei cosiddetti «maranza», giovanissimi protagonisti di risse, piccoli furti e atti di violenza di strada – crea un corto circuito visivo e narrativo. La popolazione stabilisce un nesso immediato di causa ed effetto tra immigrazione irregolare, assenza di integrazione e insicurezza quotidiana.
Questo orientamento non rappresenta un’anomalia italiana, ma una tendenza condivisa in tutto il continente. L’allarme è talmente pervasivo da contagiare anche chi, dal versante progressista, tenta di denunciarne l’infondatezza. È il paradosso dell’opposizione italiana che, nel tentativo di contestare la maggioranza, finisce per adottare gli stessi presupposti teorici e argomentativi della destra.

Quando la sinistra critica il governo affermando che «Sánchez ha rimpatriato in un solo giorno quello che Giorgia Meloni non è riuscita a fare in quattro anni», riconosce implicitamente che l’unica risposta valida risiede nella celerità, sistematicità e metodicità dei rimpatri.
L’adozione di un simile registro dimostra che l’approccio securitario ha ormai conquistato un’egemonia culturale e politica. Non si discute più se accogliere o se respingere il migrante, ma solo chi sia più efficiente nel rimandarlo nel suo Paese. Nel momento in cui anche la sinistra si limita ad inseguire la destra sul suo terreno della tempestività dei rimpatri, la partita politica si sposta sul terreno della sicurezza.
Sarà su questo argomento, e sulla capacità di rassicurare un elettorato spaventato, che si giocherà il destino del prossimo governo. Il focus della campagna elettorale è già fissato.




